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Archive for the ‘Filosofia del linguaggio (VarLib)’ Category

Riferimenti bibliografici

Posted by francescaboccuni su marzo 25, 2008

Cari tutti,

avvio questo post perché sono in cerca di aiuto. Qualcuno di voi può darmi delle dritte bibliografiche riguardanti il battesimo iniziale nella teoria causale del riferimento (oltre a “Naming and Necessity”, ovviamente)?

L’argomento mi interessa molto, ma non mi pare ci sia molta letteratura a riguardo.

Giusto per fomentare un po’ la polemica, posso dire che ho la vaga sensazione che nella teoria del battesimo iniziale ci sia un residuo descrittivo. Non credo che questo metta in pericolo l’intero impianto semantico-causale, poiché, una volta che il riferimento di un nome proprio (per considerare solo il caso più semplice) sia stato fissato, quel nome si riferisce al proprio referente senza mediazioni descrittive di sorta. Tuttavia, è cosa nota che Kripke non si spreca molto a spiegare come funzioni il battesimo iniziale e, inoltre, ci sono un paio di citazioni da “Naming and Necessity” che mi hanno messo in difficoltà (cito, “Naming and Necessity”, pagina 96):

“A rough statement of the theory might be as follows: An initial ‘baptism’ takes place. Here the object may be named by ostension, or the reference of the name may be fixed by a description.”

e aggiunge in nota:

“The case of baptism by ostension can perhaps be subsumed under the description concept also. Thus the primary applicability of the description theory is to cases of initial baptism.”

Le mie perplessità riguardano la nozione extralinguistica di ostensione. Una volta che infatti volessimo fornire una sorta di controparte linguistica del mero gesto, mi pare che dovremmo utilizzare qualche genere di descrizione.

Intuizioni? Consigli bibliografici?

Grazie a tutti,

francesca

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Call for comments

Posted by francescaboccuni su gennaio 25, 2008

Cari tutti,

visto che il mese non è ancora finito, innanzitutto buon 2008. Esauriti i convenevoli di rito, posto una richiesta di commenti per una cosastra che ho scritto di recente. Si tratta di una bozza (metto le mani avanti) di un articolo sull’impegno ontologico della logica del secondo ordine. In particolare, l’articolo vorrebbe esaminare e parzialmente smontare le critiche classiche all’interpretazione plurale della quantificazione al secondo ordine proposta da Boolos negli anni ’80. La portata delle critiche che non sono smontate è al contempo ridimensionata: in soldoni, sostengo che tutte le semantiche usuali e la semantica boolosiana per la logica dei predicati del primo e del secondo ordine sono viziate dai medesimi difetti e che questi difetti possono essere ricondotti al fatto che la centralità della nozione di riferimento viene trascurata (Martino docet). La conclusione è che, nonostante le sue debolezze, la semantica boolosiana può essere un’alternativa interessante alla semantica modellistica.

Chiunque fosse interessato a leggere e, se possibile, fare dei commenti, si accomodi pure.

Grazie a tutti e cari saluti,

francesca

P.S. Le versioni dell’articolo che erano caricate erano ormai obsolete. Chiunque fosse interessato alla lettura può mandarmi una email e provvederò a mandargli la versione più recente.

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Un argomento naive a favore di Vulcano; conseguenze; una domanda.

Posted by Beppe Spolaore su gennaio 15, 2008

Carissimi, un enorme ciao.

In questo post faccio essenzialmente quattro cose. 1. Presento un argomento piuttosto naive a favore dell’esistenza di Vulcano, il pianeta falsamente postulato da Leverrier. 2. Mostro che quest’argomento ha alcune inattese conseguenze (conseguenze per parità di ragionamento, si intende). 3. Suggerisco – nel poco spazio disponibile non posso fare di più – che esse seguono anche dai comuni argomenti a favore di Vulcano (ma anche Babbo Natale) basati su presunti impegni ontologici del linguaggio naturale, diciamo dagli “argomenti ontologici” (OK…lo so). 4. Vi faccio una domanda che forse a quel punto non vi aspettereste.

1. Consideriamo la seguente teoria V:

V. C’è un pianeta intramercuriale e questo pianeta è (identico a) Vulcano.

Dato che sappiamo che V è falsa, va da sé che non siamo tenuti a fare nostri gli impegni ontologici di V. O almeno così pare. Ciò nonostante, possiamo parlare di quegli impegni ontologici dicendo, ad esempio,

(IV) C’è un pianeta intramercuriale che è Vulcano tra gli impegni ontologici di V.

Sfortunatamente, (IV) è impegnato ontologicamente nei confronti di un pianeta intramercuriale, e nella fattispecie Vulcano. Dunque, dato che (IV) è (o pare proprio) vero, la conclusione da trarne è che c’è un pianeta intramercuriale e quel pianeta è Vulcano. Q.D.E.

Molti fra voi vecchi volponi avranno immediate repliche a quest’argomento – es. che quella di “impegno ontologico” è una nozione tecnico-filosofica definita sulla base di quella di conseguenzache e dunque (IV) va parafrasato come un’asserzione metalinguistica sulle conseguenze di V. Ma lasciatemi supporre che, con insospettabile acume, il sostenitore dell’argomento naive vi mostri che le vostre obiezioni, parafrasi – o comunque le vostre mossette – non funzionano. Insomma, supponiamo che l’argomento tutto sommato regga, o almeno regga tanto quanto gli (altri) “argomenti ontologici” (del resto potrei mostrarvi che è vero) e passiamo alle sue conseguenze inattese.

2. Immaginiamo che il solito astronomo babilonese un po’ superficiale abbia proposto la sg. teoria:

EF. Ci sono due pianeti distinti visibili nella tale e talaltra posizione al tale e talaltro tempo, e uno di quei pianeti è Espero e l’altro è Fosforo.

Ancora, dato che sappiamo che EF è falsa, va da sé che noi non siamo tenuti a fare nostri gli impegni ontologici di EF, ed in particolare nei confronti dell’esistenza di due entità distinte che sono identiche, rispettivamente, a Espero e Fosforo. Volendo parlare degli impegni di EF, tuttavia, possiamo usare – esattamente come prima:

(IEF) Ci sono due pianeti distinti uno dei quali è Espero e l’altro è Fosforo tra gli impegni ontologici di EF.

Sfortunatamente, (IEF) è impegnato nei confronti dell’esistenza di due pianeti distinti che sono uno Espero e l’altro Fosforo. Dato che (IEF) è (o pare proprio) vero, la conclusione da trarne è che ci sono due pianeti distinti che sono uguali a, rispettivamente, Espero e Fosforo, ossia che Espero è diverso da Fosforo. Questa conseguenza è, mi sembra, piuttosto inattesa. Q.D.E.

3. Gli “argomenti ontologici” si fondano sulla possibilità di produrre enunciati (che paiono proprio) veri e sembrano quantificare su roba come i personaggi delle storie, gli oggetti ipotetici etc.; es. “Ci sono stati più personaggi romanzeschi nel novecento che in qualunque altra epoca”, “Alcuni oggetti ipotetici, ad esempio Vulcano, sono più famosi di molti oggetti reali” ecc. ecc. ecc. Per giungere alle conseguenze inattese di cui sopra basta considerare V e, inoltre, supporre che vi sia una storia d’invenzione V1 omofona a V (ok, storia un po’ tristarella, e subito sotto c’è una piccola forzatura nel considerare “personaggi” dei pianeti, ma non sono punti importanti). Ora guardate un po’ i sgg.

(1) La teoria V ha due oggetti ipotetici distinti, Espero e Fosforo;

(2) La storia V1 ha due personaggi distinti, Espero e Fosforo.

(1) e (2) paiono proprio veri, o almeno tanto veri quanto “Ci sono stati più personaggi romanzeschi…” etc. E ci dicono entrambi che Espero e Fosforo sono oggetti distinti (almeno in quanto oggetti ipotetici etc.). Q.D.E.

4. Eccoci alla domanda a sorpresa. Gran parte di quelli che ammettono cose come Vulcano, Babbo Natale etc. sulla base degli “argomenti ontologici” poi li piazzano come referenti di “Vulcano”, “Babbo Natale” etc nella proposizione espressa da cose come

(3) Secondo la teoria V, Vulcano è un pianeta,

(4) Gigi crede che Babbo Natale porti i regali.

Alla luce di quanto detto finora, che cosa dovrebbero piazzare costoro, ad es. Nathan Salmon, nella proposizione espressa da cose come le seguenti?

(5) Secondo la teoria EF, Espero è diverso da Fosforo,

(6) Gli astronomi babilonesi credevano che Espero fosse diverso da Fosforo.

Naturalmente, vi invito a rispondere alla domanda, ma qualunque commento è comunque gradito. A presto e ciao,

Beppe.

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A Puzzle About Debates

Posted by giulianotorrengo su dicembre 21, 2007

Luca Morena e io stiamo scrivendo un paper sul disaccordo in metafisica. Il punto di partenza è un problema che ci sembra di aver individuato nella spiegazione standard della comprensione reciproca fra i partecipanti il dibattito (che rispecchia un problema per la tesi scettica dell’inter-traducibilità – ma a livello “interno”, per così dire). Ve lo sottoponiamo in forma di sei proposizioni che risultano verosimili se prese singolarmente, ma incompatibili se prese in blocco. La domanda, per chi fosse interessato a rispondere, è quale proposizione negate (o modificate), e perché:

 

(1) In un dibattito di metafisica, ciascun disputante crede che ciò che sostiene sia necessariamente vero – e ciò che il rivale sostiene necessariamente falso.

(2) I disputanti di un dibattito di metafisica si comprendono l’un l’altro. 

(3) Comprendere ciò che l’opponente dice implica comprendere che se ciò che sostiene fosse vero allora certe cose seguirebbero – ossia, una proposizione della forma ‘se p fosse vero, allora q’.

(4) Comprendere una proposizione della forma ‘se p fosse vero, allora q’ implica comprenderne le condizioni di verità che ne dà la semantica standard dei controfattuali (lewis – stalnaker).

(5) Nella semantic standard per i controfattuali, proposizioni della forma ‘se p fosse vero, allora q’ sono vacuamente veri se p è necessariamente falso.

(6) I disputanti non si comprendono reciprocamente come se stessero dicendo cose vacuamente vere. 

 

 

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Un nuovo argomento per l’autoconfutazione del relativismo globale

Posted by sebastiano moruzzi su settembre 17, 2007

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ATTENZIONE: al seguente link trovate la II versione dell’argomento a fronte delle obiezioni dello Spolaore

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(I versione)

L’argomento tradizionale contro il relativismo è l’autoconfutazione che Platone elabora contro le dottrine relativistiche di Protagora. Il relativista globale sostiene che ogni verità è relativa, se la tesi relativista è vera assolutamente, allora è falsa se invece è vera relativamente allora concede la correttezza del punto di vista dell’assolutista secondo cui è falsa. L’argomento in sé non è una vera e propria confutazione dal momento che il secondo corno del dilemma non esibisce alcuna contraddizione evidente.

Alcuni hanno sostenuto che il secondo corno del dilemma è comunque fatale per il relativista dal momento che sanziona l’impossibilità del relativista di sfidare con successo l’assolutista , e quindi di vincere ogni possibile disputa (al contrario l’assolutista, non accettando la relativa verità delle due tesi filosofiche, non è nella posizione dialettica di dover riconoscere alcuna legittimità al relativismo). Altri hanno replicato pretendere che il relativista abbia ragioni assolute contro l’assolutista è una petitio principii.

A mio avviso, l’argomento tradizionale va nella giusta strada nel mostrare la falsità del relativismo globale, ma per essere efficace abbisogna di un completamento che nel seguito cercherò di fornire.

Definiamo “relativismo globale sulla verità” come la dottrina secondo tutte ogni proposizione è vera relativamente a qualche sistema di riferimento e falsa rispetto a qualche altro – chiamiamo per brevità questa dottrina “RV”.

Si inizia con lo stesso dilemma dell’argomento tradizionale: o RV è vera relativamente a ogni sistema di riferimento – “sdf” per brevità – o non lo è. Se è vera relativamente a ogni sdf è quindi vera assolutamente – non vi è alcuna relatività significativa, quindi RV stessa si autoconfuta dal momento che, affermando che ogni proposizione è vera per certi sdf e falsa per altri, sarebbe vera solo se RV stessa fosse vera per qualche sdf e falsa e per altri. RV deve quindi essere vera per qualche sdf e falsa per altri – ovvero la sua verità è relativa. Consideriamo ora uno di quei sdf relativamente a cui RV è falsa – chiamiamolo sdfX. Dato che RV dice che ogni proposizione è vera relativamente a qualche sdf e falsa relativamente ad altri, la falsità di RV relativamente a sdfX consisterà nella verità relativamente a sdfX del fatto che qualche proposizione è vera o falsa per ogni sdf. Ora chiediamoci se anche la proposizione espressa da RV stessa possa essere tra queste proposizioni. Se RV fosse tra queste proposizioni essa sarebbe assolutamente vera rispetto a sdfX, e si darebbe il caso che , sempre relativamente a sdfX, sarebbe vera per ogni sdf, e quindi, come caso particolare, sarebbe vero relativamente a sdfX che è vera rispetto a sdfX, ma ciò non è possibile. Infatti se una proposizione ha un certo valore di verità rispetto a qualche sdf non potrà che essere vero rispetto allo stesso sdf che abbia quel valore di verità relativamente a quel sdf. Quindi se RV è falsa rispetto a sdfX non potrà che essere vero rispetto a sdfX che RV sia falsa rispetto a sdfX , ma ciò è incompatibile con la verità assoluta di RV relativamente a sdfX. RV non potrà quindi essere fra quelle proposizioni che, relativamente a sdfX, sono assolutamente vere, e sarà quindi tra quelle proposizioni che, relativamente a sdfX, sono vere per qualche sdf e false per qualche altro sdf. Ovvero, relativamente a sdfX, RV è relativa.

Consideriamo ora uno di quei sdf relativamente a cui RV è vera – chiamiamolo sdfV. Dato che RV dice che ogni proposizione è vera relativamente a qualche sdf e falsa relativamente ad altri, la verità relativa a sdfV di RV consisterà nel verità relativa a sdfV che ogni proposizione è vera relativamente a qualche sdf e falsa relativamente a qualche altro. Dato che ogni proposizione ha un tale status di verità relativamente a sdfV, anche RV sarà relativa relativamente a sdfV: relativamente a sdfV ci saranno sdf per cui RV è falsa e altri per cui è vera. Ovvero, relativamente a sdfV, RV è relativa.

Assumendo di lavorare in una quadro teorico bivalente per cui ogni sdf rende o vera o falsa una proposizione, ne segue che la tipologia di sdf è esaurita da quelli che rendono vero o falso una proposizione. Se quindi relativamente sia a quelli che rendono vero RV- sdfV – che quelli che rendono falso RV – sdfX – RV è relativa, la relatività di RV sarà assoluta: per ogni sdf RV sarà vera qualche sdf e falsa per altri.

Ma perché se la verità di RV è relativa, questo fatto ovvero – la relatività di RV – non può anche esso essere relativo? Dopotutto eravamo partiti dal considerare un forma di relativismo globale secondo cui ogni proposizione può avere diversi valori di verità rispetto a diversi sdf. Non sarebbe nello spirito di un relativismo robusto sostenere che anche le verità relative sono relative?

L’argomento tradizionale così riformulato può quindi fornirci una critica al relativista di segno opposto a quella della formulazione classica. La formulazione classica mirava a mostrare che il relativismo non ha sufficienti mezzi per ancorare il relativismo a basi assolute, questa formulazione invece critica il relativismo perché sembra limitare con i suoi propri mezzi il livello di relatività della sua dottrina: il relativismo stesso non solo non può essere assolutamente vero ma neanche assolutamente relativo; un fatto del tutto curioso e inspiegabile, soprattutto se si prende sul serio lo spirito di radicale relatività del relativismo globale.

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Kunne su verità tarskiana e proiettabilità

Posted by sebastiano moruzzi su marzo 28, 2007

In questo periodo stiamo avendo un gruppo di lettura qui a Bologna sul libro di Wolfgang Kunne Conceptions of Truth.

Il libro è per certi versi interessante e per altri molto seccante. E’ interessante la divisione del problema della verità in sottoproblemi che Kunne affronta in maniera sistematica nel corso dei capitoli. E’ seccante che spesso la trattazione degli argomenti sia breve e troppo compressa. Sono presentati una miriade di argomenti la discussione di ognuno dei quali non occupa al più una pagina. E’ insomma una vera matragliata di argomenti, avrei preferito però qualche missile ben piazzato (scusate lo spirito militare nel rappresentare figurativamente lo stile del libro). Bisogna dire che è però una vera e propria miniera bibliografica sulla verità.

Uno di questi argomenti oggi ha lasciato me e Fabio Minozzi particolarmente perplessi. Si tratta di un argomento inteso a criticare la proposta Tarski come analisi che colga aspetti centrali del del nostro concetto di verità. Ecco l’argomento (pp.221-222):

Si consideri il predicato “è figlia di Sebastiano Moruzzi” (scusate il riferimento autobiografico ma non posso fare a meno di menzionare i nomi delle mie due bellissime figlie), il seguente bisondizionale quantificato detemrmina esattamente l’estensione del predicato

(1) per ogni x ( x è una figlia di Sebastiano Moruzzi sse (x = Emma o x=Bianca) )

Pur caratterizzando corettamente l’estensione del predicato, (1) non spiega il significato di “è figlia di Sebastiano Moruzzi”. Per farlo si dovrebbe avere un bicondizionale che sia proiettabile ovvero tale da essere utile per sapere sotto quali condizioni sia soddisfatto un predicato formato da esso sostituendo il mio nome proprio con un altro. Se sostituisco al mio nome “Napoleone Bonaparte” (tranquilli, non sono megalomane) ottenendo il predicato “è figlia di Napoleone Bonaparte” (1) non offre alcun aiuto per capire le condizioni di soddisfacibilità del predicato mentre con

(2) per ogni x ( x è una figlia di Sebastiano Moruzzi sse (x è femmina ed x è stata generata da Sebastiano Moruzzi) )

vediamo cosa “è padre di Sebastiano Moruzzi” e “è padre di Napoleone Bonaparte” hanno in comune.

Consideriamo ora per semplicità un linguaggio proposizionale L con due enunciati atomici ‘p’ e ‘q’. Una definizione ricorsiva tarskiana di verità partirà con clausole di di verità per enunciati atomici che diranno cosa conta per questi enunciati essere veri. Chiamiamo questo predicato di verità per enunciati atomici “essere direttamente vero in L”. Si avrà quindi che l’estensione di questo predicato sarà correttamente catturato da

(3) per ogni s e per ogni y (s è una formula direttamente vera in L sse ((s
= ‘p’ e p) o (s=’q’ e q))

Ora l’argomento consiste nell’osservare che (3) non è proiettabile, ovvero che non offre alcuna illuminazione per predicati come “s è direttamente vero in L*” (dove L* è un altro linguaggio proposizionale). E dato che la proiettabilità è condizione necessaria per fornire un resoconto che colga aspetti centrali del significato di un predicato, la definizione di Tarski non è una buona esplicazione del concetto di verità. L’argomenti è attribuito a Black e Davidson.

L’argomento non mi convince perché, come è noto, il punto centrale di Tarski è rispettare la condizione di adeguatezza materiale consistente nel rispettare lo schema V. Questo fatto per Tarski è un tratto centrale del nostro concetto di verità, quindi che è rispettato da (3). L’analogia tra (3) e (1) è quindi fuorviante. Il fatto che (3) rispetti lo schema V lo rende invece analogo concettualmente a (2).

Che dite?

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Il paradosso dell’imperfettivo senza l’imperfettivo?

Posted by giulianotorrengo su marzo 3, 2007

Da anni i due villaggi di Pontevecchio e Pontonuovo sono in Guerra. Ad un certo punto, i pontevecchiesi decidono di sferrare un attacco a sorpresa contro i pontenovesi la sera del 15 luglio, e iniziano a organizzarsi. Il 14 luglio, però, una spia dei pontevecchini torna da Pontenuovo e comunica: “I pontenovesi sanno che stiamo per attaccare”. Non potendo più contare su un attacco a sorpresa, i pontevecchini decidono dunque di rimandare l’attacco. A questo punto, il filosofo del villaggio interviene e fa notare: “Ma allora, visto che non attacchiamo più, non era vero che *sapevano* che stavavamo per attaccare”.

Il puzzle (mi è stato presentato da Jonathan Blamey) ricorda un po’ il “paradosso” dell’imprefettivo: può essere vero che sto disegnando un certo cerchio, anche se non sarà mai vero che lo ho disegnato (perché posso smettere di disegnare prima di finirlo). Però, a differenza di quest’ultimo, mi sembra che possa essere formulato anche senza ricorrere all’imperfettivo: se sostituiamo “I pontenovesi sanno che stiamo per attaccare” con “I pontenovesi sanno che attaccheremo la sera del 15 luglio” la storia fila lo stesso (o no?). Se è così, quale che sia la soluzione del “paradosso” dell’imperfettivo, non si può applicare qui. Ma, nel contempo, non mi sembra nemmeno che il problema stia solo nell’attribuzione di conoscenza di fatti futuri.

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Chi ha paura del relativismo? Il caso dell’auto-confutazione

Posted by sebastiano moruzzi su febbraio 12, 2007

Ciao a tutti,

con questo posto inauguro una serie di posts (ma si mette la ‘s’ se si fa il plurante con un prestito da un’altra lingua?) con cui vi martorierò dato che devo scrivere una recensione (per cui sono in ritardo ultra-verognoso) per Fear of Knowledge di Paul Boghossian.

Nel capitolo 4 di Fear of Knowledge (2006 OUP p.52, tradotto per Carocci dalla nostra collega bloggista Annalisa Coliva) Boghossian argomenta contro il relativismo globale sui fatti (che attribuisce a Rorty):

(Relativismo globale sui fatti)

  1. non ci sono fatti assoluti della forma p;
  2. un proferimento di ‘p’ esprime sempre ‘Secondo una teoria T, che (noi comunità, o anche io solo) accettiamo, p’
  3. Ci sono diverse teore alternative egualmente corrette che valutano diversamente ‘p’.

Boghossian ritiene che il relativismo globale sia soggetto a un dilemma che ne mostra l’insostenibilità, ecco l’argomento:

  1. Considera un fatto qualsiasi p;
  2. Questo fatto corrisponde al fatto che, secondo la teoria che io accetto, p (Relativismo Global sui Fatti);
  3. O il fatto che secondo la teoria che accetto, p è assoluto o no (probabilmente appello implicito al terzo escluso);
  4. Se è assoluto, allora ci sono fatti assoluti di forma relazionale , ma allora:
    • il Relativismo Globale dei Fatti è falso (definzione di Relativismo Globale);
    • inoltre gli unici fatti assoluti sono quello relativi a stati mentali (perchè sono tutti relativi a ciò che accettiamo), cosa bizzarra dato che sembrebbero invece essere i primi candidati a essere relativi.
  5. Se non è assoluto, allora il fatto che secondo una teoria T, che io accetto, p è in realtà della forma ‘Secondo una teoria T*, che io accetto, c’è una teoria T, che io accetto secondo cui p’
    • ma allora o si ripresenta il problema di prima ( punto 4) o si cade in un regresso;
    • il regresso non è sostenibile perchè implica che quello che intendiamo con un qualsiasi proferimento sia una proposizione infinitamente complessa che non possiamo né esprimere né capire.

A mio avviso l’argomento è problematico per almeno diversi motivi:

A) en passant: che cosa è “la forma di un fatto”?

B) nel recente dibattito filosofia del linguaggio per “relativismo” si è più o meno inteso (anche se infuria in discreto casino classificatorio) la tesi secondo cui uno stesso proferimento può essere valutato correttamente in maniere diverse pur esprimendo sempre la stessa proposizione; ciò non comporta che per il relativista se si proferisce ‘p’ si esprima ‘relativamente a T, p’ (semmai il contestualismo si avvicina di più a questa posizione). Non riesco quindi a capire il passo 2 dell’argomento; che relazione c’è tra il relativismo di Rorty è questo relativismo?

C) inoltre anche se il passo 2 fosse vero, non capisco il passo 5: perché la relatività di primo ordine di ‘p’ deve comportare una relatività di secondo ordine che fa scattare il regresso: se usiamo il bagaglio tecnico di filosofia del linguaggio che i relativisti sulla verità come John MacFarlane hanno usato qualunque cosa esprime il proferimento di ‘p’ ciò che proferisce, nel relativismo standard, non è a sua volta relativo, una simile posizione mi sembra sia più simile al relativismo sul contenuto (cioè che un proferimento esprime è relativo all’interprete, una tesi esplorata ad esempio da Herman Cappelen), ma anche usando questa tesi non capisco perché parta il regresso: se teniamo fisso il soggetto (più tempo, posto ecc..) che accetta la teoria il contenuto rimane lo stesso. Insomma mi sembra vi sia un non sequitur: dalla tesi che la verità che p (o dal fatto che p se usiamo ‘fatto’ come ‘proposizione vera’) è relativa non mi sembra che vi sia alcuna necessità di inferire che questa stessa relatività è relativa. Credo quindi che una volta che si sia accettato che per il relativista ‘p’ non esprime ‘relativamente a T, p’; il dilemma scompaia.

D) Ci sono ragioni specifiche per relativismo globale per cui ‘p’ debba sempre esprimere questo? Ovviamente la motivazione filosofica di fondo è che dato che questo relativismo è globale si applica tutto. Ma cosa significa esattamente questo? Se usiamo ad esempio una certa semantica relativista per ogni area del discorso non è sufficiente questo a rendere giustizia alla tesi del relativismo globale? In fondo questo comporterebbe che tutti i proferimenti possibili fatti in un certo linguaggio sono soggetti relatività (assessment-sensitive come dice MacFarlane) e quindi i fatti descritti da essi sono relativi. Sembra che Boghossian, anche se implicitamente dato che non discute il modo in cui collegare la tesi metafisica del relativismo a quella di filosofia del linguaggio, sarebbe propenso a dire che anche i proferimenti fatti nella metateoria sono assessment-sensisitive, ma è davvero necessario per il relativista globale dire questo?

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Argomenti su Forma Logica e Esistenza

Posted by giulianotorrengo su febbraio 10, 2007

Leggendo un paper di Simon Keller sul presentismo, (“Presentism and Truthmaking”, Oxford Studies in Metaphysics 2004) mi sono imbattuto nel seguente argomento. Keller sta criticando una possibile (per quanto un po’ disperata) soluzione del problema che si pone al presentista di spiegare il contenuto delle sue asserzioni quando riguardano oggetti passati. Per il presentista esistono (nel senso più ampio del termine, senza restizioni alcuna sulla quantificazione) solo le entità presenti. Quando il presentista dice

(1) La Torre di Londra è sulla rive del Tamigi

attribuisce una relazione fra due entità presenti – e fin qui nessun problema. Ma quando il presentista dice

(2) Anna Bolena è stata rinchiusa nella Torre di Londra

sta atribuendo una relazione fra una entità che esite nel presente, e quindi esiste tout court, ed una entità che è esistita nel passato, e che quindi non esiste affatto. Ma sembrerebbe che Anna Bolena debba esistere per rendere (2) vero. In fondo (2) attribuisce una relazione (non intenzionale, per giunta) fra due entità, e in genere ci aspettiamo che se un enunciato siffatto esprime qualcosa di vero, allora le due entità esistano. Una delle possibili risposte del presentista è che – nonostante le apparenze – questo secondo enunciato non sia relazionale, ma esprima un’attribuzione di una proprietà alla Torre di Londra, una proprietà che non implica che Anna Bolena debba esistere perché l’enunciato esprima qualcosa di vero. Keller liquida questa soluzione come assurda con la seguente glossa:

“To make this claim, however, is to say that the question of how a sentence should be analyzed sometimes depends upon contingent questions about what exists.” (p.13)

Ora, a me sembra che in certi contesti di discussione (o date certe assunzioni, se preferite) il controargomento di Keller vada a segno. Ma che non sia generalmente applicabile. In fondo, non mi sembrerebbe giusto liquidare qualcuno che propone un’analisi di “Topolino ama Minnie” o “Il mio cane assomiglia a Pluto” come aventi una forma logica diversa da “Michele ama Giovanna” o “Il mio cane assomiglia al tuo” solo sulla base di un’osservazione simile. Qualche idea su quali siano (se ci sono) le condizioni generali in cui un’argomento come quello di Keller possa essere applicato?

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Posted by sebastiano moruzzi su febbraio 8, 2007

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