variabili libere

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Meditazioni sul cogito

Posted by federicoperelda su marzo 27, 2008

Buongiorno a tutti. Vorrei discutere coi lettori di variabili libere del cogito. Recentemente c’ho ripensato un po’ su e annotato le mie considerazioni in un testo che allego qui in formato pdf. La mia tesi è che, nonostante tutto (e cioè, nonostante p. es. le precisazioni di Cartesio, le proposte interpretative di Hintikka), il cogito sia un sillogismo. Spero di poter ricevere impressioni, critiche, suggerimenti. Buona giornata

Federico

meditazione-sul-cogito.pdf

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12 Risposte to “Meditazioni sul cogito”

  1. Giorgio Lando said

    Innanzitutto, complimenti per aver affrontato questo argomento interessante, e per averci scovato tanti aspetti rilevanti che a me non sarebbero mai passati per la testa.
    Per qualche annotazione sparsa, partirei da un tentativo di stabilire come proceda un’argomentazione trascendentale:
    1) per ipotesi c’è un enunciato la cui verità è indubitabile;
    2) la verità di questo enunciato ha una condizione di possibilità, tale che, se non sussistesse, l’enunciato non potrebbe essere vero;
    3) poiché invece l’enunciato è vero, allora la condizione di possibilità sussiste.
    Il modo più ingenuo di applicare questo schema al cogito è di dire che “cogito” è la verità indubitabile e l’esistenza del soggetto la sua condizione di possibilità. per far intervenire la condizione di possibilità ci serve un principio generale che ci dica che non si può pensare senza esistere: e questo principio mi sembra appunto un’istanza di quello che tu chiami il principio di Platone.
    Questa argomentazione sembra ineccepibile, e non resta quindi che interrogarsi sul fatto se la premessa sia davvero indubitabile. Questa premessa secondo te deriva da un’altra
    argomentazione trascendentale, ma a me non riesce di stabilire quale, e in particolare quale sia in questo caso la premessa indubitabile, ovviamente distinta dalla conclusione. Per ragioni analoghe, non capisco come la ricostruzione di Hintikka sia riconducibile ad un’argomentazione trascendentale.
    Scarto una prima ipotesi, ossia che la premessa di questa ulteriore argomentazione trascendentale sia “io dubito”, dove pensare è una condizione di possibilità del dubitare. Infatti questo non fa che spostare il problema sulla verità indubitabile di “io dubito” (ed è per questo che, se ricordo bene, “cogito ergo sum” e “dubito ergo sum” sono per Cartesio sostanzialmente la stessa argomentazione: d’altra parte esistere è una condizione di possibilità del dubitare come lo è de del pensare).
    In entrambi i casi (all’origine dell’indubitabilità di “ego cogito” secondo te e dell’indubitabilità di “ego sum” al termine della performance di pensiero secondo Hintikka) ci sono piuttosto affermazioni che non si possono fare, atti che non si possono compiere: ovviamente l’illiceità di tali atti – un’illiceità direi tutta pragmatica, dipendente dal contesto – si può esprimere in un principio generale. Ma non mi sembra che questo principio sancisca una “condizione di possibilità” nel senso richiesto da un’argomentazione trascendentale.
    Nel caso di “cogito”, abbiamo dunque una contraddizione performativa, dati un soggetto e un proferimento: per te dire ad alta voce “Federico Perelda non sta parlando” è performativamente contraddittorio. Allo stesso modo pensare di non stare pensando è un atto performativamente contraddittorio.
    Per Hintikka, affermare “Federico Perelda non esiste” è, se compiuto da Federico Perelda, un atto esistenzialmente distruttivo e mi sembra che il caso non sia diverso: è un atto con sui si nega che esista chi compie l’atto. Ora, che cos’è trascendentale nei due casi? Mi pare che tu effettivamente proponga un’interpretazione trascendentale di entrambi i casi: nel caso di Hintikka, c’è un atto (linguistico o mentale) compiuto da un soggetto, e condizione di possibilità di quell’atto compiuto da quel soggetto, nel secondo condizione di possibilità dell’atto è l’atto stesso. Quindi “Federico Perelda non sta parlando” e “Federico Perelda non esiste”, se detti da Federico Perelda, sono autodistruttivi perché negano l’uno il soggetto dell’atto, l’altro l’atto stesso; essendo la loro contraddittoria autodistruttiva, “Federico sta parlando” e “Federico Perelda esiste” detti da te si confermano da soli. In entrambi i casi abbiamo una coppia atto-soggetto: dire che i due componenti della coppia sono condizione di possibilità della coppia non mi sembra generare buoni argomenti trascendentali; è una petitio principii peggiore di quella denunciata da Hintikka sulle costanti necessariamente referenziali. Se l’esistenza dell’atto e del soggetto sono indubitabili, non c’è bisogno d’altro. Nota che tanto le contraddizioni performative quanto i proferimenti autodistruttivi riguardano non enunciati, ma coppie atti-oggetti, quindi la premessa del supposto argomento trascendentale sarebbe che indubitabilmente c’è un atto e c’è il soggetto che lo compie!
    E per questo secondo me è necessario dare un resoconto dell’indubitabilità di “ego cogito” o di “ego sum” in una forma diversa dall’argomento trascendentale. Nella versione di Hintikka io compio l’atto di pensare “ego non sum”, ma questo atto si autodistrugge e quindi al termine della performance il risultato è la sua contraddittoria “ego sum”. Mi sembra che anche con le contraddizioni performative il procedimento debba essere lo stesso.
    Se è così, e se dunque lo statuto dell’indubitabilità di “ego cogito” è lo stesso di quello che porta Hintikka a concludere “ego sum” come risultato alla fine di un processo, allora è legittimo chiedersi se non si possa fare anche del tutto a meno dell’argomentazione trascendentale iniziale, quella che sembrava ineccepibile. Se “ego sum” si autoconferma in quanto contraddittoria di un enunciato esistenzialmente autodistruttivo, allora perché passare attraverso l’analoga indubitabilità di “ego cogito” ed usarla poi come premessa dell’argomento trascendentale? A cosa giova questo passo in più?
    Certo in questo modo il pensiero passa da premessa a processo, più che concludere “sum” da “cogito” si ha che uno pensa e alla fine del processo di pensiero esclama “ergo sum!”: è plausibile che Cartesio sintetizzasse un simile procedimento con “cogito ergo sum”? Non ne ho idea, suona effettivamente molto forzato.
    Un abbraccio
    Giorgio

  2. boccardi said

    Buongiorno a tutti. Rispondo nello spazio per i commenti anche se forse questo testo sará un po’ troppo lungo. Inoltre non ho capito come scrivere formule (qualche lume al proposito?) Dunque. Il Dr. Perelda ha pubblicato recentemente su questo blog alcune riflessioni sullo status logico del cogito cartesiano, sostenendo (contra Cartesio stesso e Hintikka) che si tratta di un sillogismo. Il suo intervento consta di due parti. Da un lato Egli si dichiara non persuaso dalle ragioni addotte rispettivamente da Cartesio e dal Sig. Hintikka contro l’ipotesi sillogistica; dall’altro ritiene che le alternative proposte presuppongano anch’esse che il penso del “penso dunque sono” sia la premessa minore di un sillogismo. Confesso di non avere ancora idee chiare (e distinte) sulla questione, ed è più per spirito dialettico che contraddiró il Dr. Perelda su entrambi questi punti, a cominciare dal primo. In questo intervento sostengo che l’interpretazione sillogistica del cogito lo rende tautologico, oppure fallace.

    1.

    Vorrei cominciare mettendo sul tavolo la mia (rivedibilissima) opinione attuale, a scanso di equivoci. Il nostro problema, mi pare, è capire se la forma logica profonda del cogito consti di due proposizioni, quelle espresse rispettivamente da “io penso” e da “io sono”, legate fra loro da una premessa maggiore; oppure di una soltanto, quella espressa da “io sono”. Non essendo la forma logica in questione necessariamente manifesta, e non potendo contare su un adeguato chiarimento da parte di Cartesio, mi pare che l’unico criterio che possiamo adottare per dirimere la questione sia la validitá del cogito stesso. In altre parole, sará corretta l’interpretazione del cogito che rende la proposizione espressa da “io sono” indubitabile (non tautologicamente). Conveniamo di chiamare argomento sillogistico il cogito nella formulazione che ne da il Dr. Perelda, e argomento diretto l’alternativa puramente performativa proposta dal Sig. Hintikka.

    2.

    Si aprono quindi le seguenti quattro possibilitá:

    (a) L’argomento sillogistico è valido e quello diretto no (Dr. Perelda).
    (b) L’argomento diretto è valido e quello sillogistico no (Sig. Hintikka).
    (c) Sono entrambi validi (indipendentemente l’uno dall’altro o in modo mutualmente dipendente).
    (d) Nessuno dei due è valido.

    La mia opinione attuale è la seguente. Credo che la validitá o meno, tanto dell’argomento sillogistico quanto di quello diretto, dipenda in ultima analisi dalla forma logica profonda delle proposizioni espresse da “io penso” e “io esisto”. Ritengo inoltre che la forma logica profonda di qualunque proposizione (atomica) non sia decidibile prescindendo da premesse ontologiche fondamentali. Credo quindi che nessun argomento la cui validitá dipende dall’individuazione della forma logica profonda degli enunciati che vi figurano possa essere fatto valere per fondare indubitabilmente alcuna proposizione esistenziale. Propendo insomma per l’opzione 4, e non credo quindi che vi sia una soluzione definitiva al nostro problema (indipendentemente dai nostri previ impegni epistemologici e ontologici). Il problema è tuttavia del massimo interesse, e merita a mio parere di essere approfondito, per innumerevoli motivi. Prima di esporre le ragioni a sostegno di questa tesi generale, propongo di rompere il ghiaccio con alcune osservazioni sulle perplessitá del Dr. Perelda circa le critiche del Signor Hintikka. In questo intervento mi occuperò esclusivamente di criticare l’argomento sillogistico, riservandomi di commentare l’argomento diretto in un altra occasione.

    3.

    Mi pare che la critica del Sig. Hintikka all’argomento sillogistico prenda le mosse dall’osservazione che il nesso fra pensiero e esistenza si trova sospeso fra la Scilla della tautologia e la Cariddi del non sequitur (i.e. nessun nesso). Il motivo sarebbe questo. Vi è un teorema valido della logica classica che si puó esprimere nel modo seguente:

    Pa –> Ex Px

    Questa è la veste formale di quello che il Dr. Perelda chiama il Principio di Platone: ciò che agisce o subisce qualcosa, o ciò di cui si può predicare con veritá qualcosa, esiste. Se interpretiamo Pa nel teorema qui sopra come “a pensa”, ne deriva che esiste un x che pensa. Poichè sono certo di pensare (concediamolo per il momento), cioè è indubitabile che “io penso” sia un enunciato vero, secondo l’argomento sillogistico ne segue indubitabilmente che esiste un x tale che x pensa, e quell’x sono io. Ergo sum.

    4.

    Ora, ragiona Hintikka, il teorema in questione è valido solo nel presupposto che il dominio del discorso non sia vuoto (contro l’ipotesi di Cartesio, che assicura di voler spingere il dubbio quanto più a fondo gli sia possibile). Se analizziamo l’argomento appena esposto, infatti, ci accorgiamo che abbiamo tacitamente supposto non solo che “io penso” sia vero (il che, abbiamo detto, desideriamo concedere per il momento), ma anche che la forma logica di “io penso”, o equivalentemente la forma logica della proposizione contingente espressa da “io penso”, qualunque essa sia, sia quella espressa astrattamente da Pa. Ma questo non equivale a presupporre che a denota qualcosa, cioè presupporre tautologicamente ció che avremmo voluto dimostrare? Supporre che la forma profonda dell’enunciato “L’attuale re di francia è calvo” sia soggetto-predicato, non equivarrebbe a presupporre che esista un attuale re di Francia? Come può una proposizione essere della forma soggetto-predicato se non esiste il soggetto?

    5.

    Conveniamo di indicare che la forma logica di un enunciato A è soggetto-predicato con SP(A). Ora, le premesse dell’argomento sillogistico, a ben vedere, sono: (1) Pa –> Ex Px, (2) io penso, e (3) SP(“io penso”). Ma da SP(“io penso”), dicevamo, segue tautologicamente che Ex: x=io, e questa è precisamente la conclusione che avremmo voluto far saltar fuori dal cilindro. Questa, di per se, non è ancora un’obiezione fatale. Il problema è infatti che in questa forma la conclusione Ex: x=io deriva tautologicamente dalla premessa SP(“io penso”). Ma se fosse possibile derivarla altrimenti, senza questa premessa? Per ora siamo solo stati respinti dalla Scilla della tautologia, non sappiamo ancora se così facendo cadremo necessariamente nelle grinfie di Cariddi.

    6.

    Proviamo dunque a lasciar cadere la premessa SP(“io penso”). Qui arrivano i problemi. Il motivo per cui nella logica classica non vi sono costanti che non designano nulla (domini vuoti) è piuttosto profondo: perchè altrimenti molti suoi teoremi sarebbero falsi. È possibile rendersene conto usando precisamente quegli esempi che incontrano le perplessitá del Dr. Perelda. Se fosse possibile sostituire variabili con delle “costanti vuote”, allora dall’enunciato (tautologicamente vero) “Ogni cosa identica ad Amleto è Amleto” sarebbe possibile inferire validamente che “Esiste qualcosa di identico ad Amleto”, cioè che Amleto esiste. L’apparente paradosso si risolve non adducendo che Amleto non esiste davvero, come pare suggerire il Dr. Perelda. Su questo siamo daccordo tutti, ma non basta (tornerò poi su questo punto). L’apparente paradosso consiste precisamente nel fatto che sembra possibile derivare conclusioni false da premesse vere, usando una buona logica. Il paradosso si risolve notando che se una costante non denota nulla non può essere sostituita ad alcuna variabile in un teorema classico (o equivalentemente che alcuni teoremi della logica classica valgono solo nel presupposto di domini non vuoti). Detto in altri termini, una costante che non denota nulla non è una costante della logica classica.

    7.

    Certo è possibile “liberare” la logica da queste presupposizioni. Si può cioè, detto in modo grossolano, estendere la definizione di costante anche ai casi vuoti. Lo si può fare a patto di sapere che in queste logiche non valgono gli stessi teoremi che valgono nella logica classica del prim’ordine. Il teorema rilevante per il nostro sillogismo, in particolare, non è affatto un teorema in una logica libera. Al suo posto è possibile dimostrare la seguente versione sbiadita:

    Pa –> (E!a à Ex : Px)

    Si noti peró che in questo teorema il nesso fra pensiero ed esistenza, cioè il nesso fra Pa e Ex: Px, è stato spezzato. L’indubitabilitá di Pa, pertanto, non è più sufficiente ad assicurare l’indubitabilitá di Ex: Px. Siamo caduti tra le grinfie di Cariddi. Notate che (surprise surprise) il terzo incomodo è proprio E!a, cioè la proposizione espressa, nel nostro caso, da “esiste uno e un solo io”. A parole, l’argomento sillogistico si rivela essere il seguente: Se è vero che io penso allora, se esiste uno e un solo io allora esiste un io che pensa. Ergo sum. Insomma, o l’argomento sillogistico è scorretto, oppure è tautologico, in ogni caso non è valido.

    8.

    Questa critica, se è corretta, investe direttamente il Principio di Platone, così come viene esposto dal Dr. Perelda. Dire che tutto ciò che agisce in un certo modo o che subisce qualcosa esiste, è passibile di due interpretazioni, secondo cosa si intende per “ciò”. Se “ciò” è una variabile logica nel senso classico, allora il principio sancisce che tutto ciò che esiste esiste (indipendentemente dal fatto che agisca o subisca qualcosa). Se invece, prima di proseguire la premessa del principio con l’attributo: “che agisce in un certo modo o subisce qualcosa”, non ci siamo ancora impegnati circa l’esistenza di alcunchè, allora il principio è falso.

    9.

    Il Dr. Perelda, in una nostra recente conversazione, sembra sostenere (dovrá essere lui eventualmente a confermare che lo sto interpretando bene) che il principio non è falso se si ha l’accortezza di aggiungere che il ciò in questione agisce o subisce veramente (e non solo potenzialmente) qualcosa. Il principio, insomma, non potrebbe essere usato per dimostrare che Amleto, in quanto dubita, esiste, perchè Amleto non dubita veramente. Io non trovo convincente questa obiezione. A mio parere il motivo percui non è possibile usare il teorema Pa à ExPx per dedurre che Amleto esiste, infatti, è che Amleto non è una costante logica (è una descrizione mascherata ad esempio), non il fatto che P in quel caso non esprime un predicato, o la falsitá della premessa Pa. Possiamo bensì introdurre il nuovo predicato pensa davvero (vero del Dr. Perelda ma non di Amleto) e convenire che sia diverso dal predicato pensa potenzialmente (vero anche di Amleto), qualunque cosa questo voglia dire, ma il problema rimane intatto. Infatti delle due una: o la forma logica dell’enunciato “Io penso davvero” è del tipo SP, oppure non lo è. Se lo è, allora l’esistenza dell’io viene presupposta, e il cogito è tautologico; se invece decidiamo di non presupporlo, allora non è più (necessariamente) vero, in quel caso, che Pa à ExPx: la possibilitá di usare il sillogismo salta comunque. Analogamente, se abbandoniamo i presupposti esistenziali senza accorgerci che con ciò stesso facciamo saltare anche i teoremi rilevanti, dalla premessa “Amleto pensa potenzialmente” potremmo (applicando il modus ponens a Pa –> ExPx) dedurre che Amleto esiste.

    10.

    Concludo. Impegnarsi circa la forma logica di un enunciato presuppone un impegno ontologico. Nessun sillogismo o ragionamento la cui validità dipenda dalla forma logica degli enunciati che vi figurano può quindi essere fondamento di quello stesso impegno ontologico. Nell’interpretazione sillogistica il cogito è o tautologico (se presupponiamo che la forma logica dell’enunciato “io penso” sia del tipo soggetto-predicato), oppure fallace (se decidiamo di non impegnarci a priori circa la forma logica di “io penso”).

    A presto.

    Emiliano

  3. Roberto said

    Prova LaTeX

    Scusate. Questa è solo una prova per capire se si possono inserire delle formule in LaTeX.

    \LaTeX

    \forall x Fx

  4. Roberto said

    Molto bene.

    Per inserire delle formule in \LaTeX si usa il seguente comando:

    \mbox{\$latex INSERIRE COMANDO LATEX\$}

    ossia: il simbolo del dollaro immediatamente seguito dalla stringa ‘latex’; spazio; comando; dollaro

    Cheers

  5. Roberto said

    Salve a tutti.

    Premetto che non ho letto il sig. Hintikka sull’argomento e che sono piuttosto a digiuno sulla discussione analitica sul cogito. Vorrei provare comunque ad avanzare una semplice considerazione, dietro la quale sta in realtà l’interrogativo che chiude questa nota.

    Un corno del dilemma verso cui punta il dito Emiliano riguarda l’enunciato

    (A) Pa\supset\exists x Px

    Ma alternativamente potremmo considerare il seguente enunciato contenente il predicato d’esistenza ‘E!

    (B) Pa\supset E!a

    Emiliano dice:

    “il teorema in questione è valido solo nel presupposto che il dominio del discorso non sia vuoto (contro l’ipotesi di Cartesio, che assicura di voler spingere il dubbio quanto più a fondo gli sia possibile). Se analizziamo l’argomento appena esposto, infatti, ci accorgiamo che abbiamo tacitamente supposto non solo che “io penso” sia vero […] ma anche che la forma logica di “io penso”, o equivalentemente la forma logica della proposizione contingente espressa da “io penso”, qualunque essa sia, sia quella espressa astrattamente da Pa. Ma questo non equivale a presupporre che a denota qualcosa, cioè presupporre tautologicamente ció che avremmo voluto dimostrare?”

    Se questa è la nostra sola preoccupazione, mi sembra che vi sia un modo semplice di aggirare il problema e di poter dimostrare il cogito senza presupporre che il dominio degli esistenti sia non-vuoto e che ‘a’ si riferisca a qualcosa di esistente. Mi riferisco (come forse già immaginate) all’opzione di adottare un tipo di logica libera il cui modello sia dato da una tripla

    <D,E,f>

    in cui D è un insieme non-vuoto di individui, E è un suo sottoinsieme (non necessariamente non-vuoto) ed f è la nostra funzione interpretazione. In tale logica i quantificatori quantificano su E, non su D, con l’effetto che (A) e (B) NON sono delle verità logiche (contromodello: è sufficiente che a sia membro di D ma non di E).

    In compenso però, possiamo assumere la verità del seguente enunciato without begging the question, come dicono gli inglesi:

    (C) \forall x (Px \supset E!x)

    (per ogni x, se x pensa allora x esiste).

    Né la verità di (C) presuppune infatti che il dominio degli esistenti (il nostro E ) non sia vuoto (in quel caso, (C) è vacuosly true); né assumere Pa significa presupporre che ‘a’ si riferisca a un individuo esistente.

    A questo punto il sillogismo del cogito sembra riguadagnato:

    (1) \forall x (Px \supset E!x)

    (2) Pa

    (3) E!x

    Ovviamente, non essendo (C) una teorema della nostra logica libera abbiamo fatto dipendere l’ego sum non solo dall’assunzione dell’ego cogito ma anche dall’assunzione che tutto ciò che pensa, esiste. In questo modo facciamo dipendere l’argomento cartesiano dal fatto che proprio il *pensare* implica l’esistere, non semplicemente l’essere predicato di qualcosa secondo il principio:

    (D) \phi(a) \supset E!a

    (dove \phi(a) è un enunciato contente il termine singolare rigido ‘a’).

    Questo solleva la questione: domandandoci se l’argomento del cogito è valido, ci stiamo chiedendo se l’argomento “Penso, dunque sono” è valido o se lo è, invece, l’argomento “tutto ciò che pensa esiste, penso, dunque sono”? ossia: (E) o (F):

    (E) Pa \vdash E!a

    (F) \forall x (Px \supset E!x),Pa\vdash E!a

    E’ evidente che in una logica in cui (A) (B) (C) non sono teoremi, (E) è falso, mentre (F) è vero sia in logica classica sia nella logica libera che ho usato sopra.

    Idee/correzioni/commenti?

    Cheers,

    RL

    P.S.: sarebbe interessante fare un parallelo sia con l’argomento di Williamson per l’esistenza necessaria, sia con le preoccupazioni che hanno portato Prior a formulare il suo sistema modale ‘Q’ per enti contingenti. (un paper forthcoming che offre un bel resumè sulla questione si può trovare qui.)

  6. boccardi said

    Caro Roberto, grazie per l’info Latex. Dunque, non sono sicuro che l’espediente funzioni. Per cominciare non capisco come C possa essere mai vera. dovremmo pensare che il cogito implichi tautologicamente il solipsismo, con ciò stesso negando a priori anche l’esistenza di dio (che tanto non esiste comunque) e, cosa più grave, anche la mia? se non mi sbaglio, detto a parole la tua C dice che se qualcosa pensa allora necessariamente esiste una sola cosa, quindi: o penso mi, o ti pensi ti, o pensa cartesio. e ho paura che le nostre chance siano poche, con tutto il rispetto.

    Insomma, può essere che Pa \Rightarrow E!a (e questo proprio ciò che vorremmo dimostrare), ma è certamente falso che \forall x (Px \Rightarrow E!x).

    Comunque, anche emendando la tua C togliendo il punto esclamativo, resta il problema di capire come fai a sapere che “io penso” è della forma P(io). quello che sostengo è che se presupponiamo che sia così, allora, ipso facto, se “io penso” è vera, presupponiamo che esiste qualcosa, e non abbiamo bisogno di C; se invece non lo presupponiamo, allora anche se dimostri C (o la sua versione emendata), non vi sará alcuna garanzia che sia possibile applicare il modus ponens per dedurre E!x, e nemmeno la forma emendata più debole (giá troppo debole per cartesio): Ex.

    il problema mi pare simile a quello con cui ha dovuto fare i conti Russell, per giustificare l’ipotesi che i dimostrativi sono (gli unici) nomi propri. come faccio a sapere che “quella sensazione” è un nome proprio? Equivalentemente, come faccio io a sapere (indubitabilmente) che “Io” è un nome proprio? Come può mai essere l’esistenza di qualcosa una condizione trascendentale per la veritá di un enunciato di cui non conosciamo e non possiamo conoscere la forma logica profonda?

    Un abbraccio. a presto. E.

  7. Roberto said

    Ciao emi,

    solo una cosa di fretta.

    Aggiungere il punto esclamativo è stato fuorviante (è stato usato in questo senso in letteratura comunque): io ho usato E! come predicato monadico d’esistenza, ossia ciò per cui tu usi $\latex E$.

    Il resto alla prossima puntata.
    R

  8. boccardi said

    Cari tutti, vorrei ringraziare il Dr. Perelda per aver iniziato questa conversazione. e i partecipanti per le loro osservazioni. breve osservazione sull’intervento di Bob (Roberto), e prolisse considerazioni su “io” e su “penso”.

    Se capisco bene, la tua proposta (Bob) è quella di rinunciare a che la premessa maggiore sia una legge o un principio generale (come il Principio di Platone proposto dal Dr. Perelda). Presumo quindi che tu sia persuaso dalla critica che ho proposto scimmiottando quella del Sig. Hintikka (corretto?). Proponi invece che la premessa maggiore sia più modesta, che riguardi cioè solo il predicato “pensa”. Il principio di Platone verrebbe quindi sostituito dal più modesto:

    T: “Ogni qualvolta si da un pensiero si da un pensatore”

    Ma il principio che proponi in realtá dice qualcosa di più debole:

    Applicando il modus ponens a \forall x Px \supset Ex (il tuo C), si ottiene infatti solo Ex, cioè “esiste qualcosa”. non sappiamo cosa sia questo qualcosa, in particolare non sappiamo se questo qualcosa sia il portatore del nome a. A parole il principio non afferma che tutto ciò che pensa esiste, ma che se si da un pensiero allora esiste qualcosa. Potrebbe trattarsi dello stesso pensiero che, accadendo, ha reso vero l’enunicato Pa, o altro ancora. Potrebbe essere semplicemente una variante forte della tesi che la veritá implica (o sopravviene su) l’esistenza: se qualcosa è vero deve esistere qualcosa che lo renda vero. Nel caso del pensiero, che è qualcosa che accade nel tempo, il principio suonerebbe come: se l’enunciato “si da un pensiero” è vero, deve esistere (non solo sussistere) qualcosa che che lo rende vero, presumibilmente lo stesso pensiero. Non so cosa potremmo farcene di questo principio per i nostri scopi cartesiani, noi vorremmo qualcosa di più simile a T: tutto ciò che pensa esiste.

    Ribadisco quindi la mia perplessitá. Se non sappiamo quale sia la forma logica profonda dell’enunciato “io penso”, non sappiamo né se “io” sia un nome proprio, né se “penso” sia il nome di un predicato. Donde potrebbe derivare quindi la forza di un argomento trascendentale?

    La mia perplessitá risulta più chiara se prendiamo in considerazione delle ragioni per dubitare che “io” e “penso” siano i nomi di un ente e di un predicato. Con quanto segue voglio rappresentare un mondo possibile in cui le cose, per Cartesio, vanno per il verso sbagliato.

    Comincio da “penso”. Siamo tutti daccordo, immagino, che “io penso”, qualunque cosa voglia dire (a patto di restringere il suo significato a quelli che Cartesio chiama “atti intellettuali”, credere, volere, immaginare… etc.), è vero soltanto quando penso. Ma quando penso? Se pensare è un po’ come parlare a se stessi in silenzio, l’analogia che sto per fare non è troppo fuorviante. Chiediamoci. Quand’è che parlo? Quando ho appena pronunciato il fonema Q per chiedere a voce alta “quando parlo?”, sto parlando? Non lo sapete ancora, perchè potrei semplicemente continuare canterellando “QQQQQQQQQ”. Nemmeno io lo posso sapere con certezza. Poichè potrei mentire a me stesso circa le mie stesse intenzioni, oppure potrei mio malgrado essere costretto a canticchiare “QQQQQ”. Quando allora posso dire con certezza che parlo? Solo quando ho finito la frase: se avrò pronunciato una frase di senso compiuto, saprò di aver parlato. Analogamente, a mio avviso, non ha senso chiederci quando pensiamo, in quanto in ciascun istante non ci saranno mai elementi sufficienti per sapere che stiamo pensando. Certo potrebbe emergere empiricamente che vi sono condizioni necessarie e sufficienti che rendono vero il mio pensare in un dato istante. Ma, qualunque siano queste ragioni, saranno ragioni a posteriori, e certamente non accessibili con certezza all’introspezione.

    In un certo senso, quindi, se “penso” è il nome di qualcosa, pare essere il nome di una rappresentazione condensata di processi mentali accaduti nel recentissimo passato. E non vi è ragione per credere che anche tale rappresentazione si dia in un istante, come un’immagine, per capirci, e che non sia invece anch’essa un processo smarmellato nel tempo. Non credo che vi siano processi o stati mentali intenzionali statici. Se questo è vero, posso certamente dubitare di stare pensando, senza incorrere con ciò in alcuna contraddizione performativa. Posso dubitarne come posso dubitare della veridicitá dei miei ricordi più lontani.

    Questa obiezione ricorda quella di Hobbes, ma non è la stessa (anche se le conclusioni sono identiche). Anche Hobbes ritiene che si può solo pensare di aver pensato, ma non pensare di pensare. Le ragioni per cui lo pensa non sono chiare (a me). Sostiene infatti che così come non si può sapere che si sa, non si può pensare che si pensa. E adduce, a sostegno di questa tesi, che se potessimo sapere di sapere, incorreremmo in un regresso all’infinito: come faccio a sapere che so di sapere?… etc. Il Sig. Hobbes si sta chiedendo come facciamo a sapere che pensiamo, e ritiene (contra Cartesio) che non possa essere un ulteriore pensiero a produrre in noi tale conoscenza. Forse quindi il ragionamento di Hobbes è questo. Se fosse sempre e solo un pensiero a darci la certezza di pensare, allora ci vorrebbe anche un terzo pensiero per sapere che si sta pensando di pensare… e via così. Non riesco a fare molta chiarezza su questo argomento. Cartesio non gli risponde su questo punto. Ad ogni modo, l’obbiezione che sto muovendo io non è la stessa di Hobbes, contrariamente a quanto avevo inizialmente pensato con il Dr. Perelda.

    Dunque, dicevo, quelli che chiamiamo pensieri forse sono delle rappresentazioni condensate di altre rappresentazioni. Condensate nel senso che vengono postumamente trasformate in un formato simbolico (con dei battesimi interiori) per essere più agevolmente processate (forse) computazionalmente. Mi spiego meglio. Forse gli eventi con un contenuto (gli eventi intenzionali), ammesso che vi siano eventi genuinamente intenzionali, sono distribuiti nel tempo. Quelli che chiamiamo “pensieri” sarebbero invece i nomi, le rappresentazioni postume, di tali eventi. La loro intenzionalitá sarebbe dunque mediata, derivata da quella dei sempre giá defunti stati genuinamente intenzionali. Se le cose stanno così è ben possibile dubitare di pensare. E dubitare anche di stare dubitando di pensare. E via così. In un motto: il pensiero è veloce, ma non più veloce di se stesso. Ovviamente non vi è nulla di certo in quanto vado dicendo, ma se ha senso, allora è possibile dubitare di dubitare.

    Detto diversamente, quando con un atto ostensivo interiore (di dubbio gusto filosofico), puntiamo il dito contro una cosa ed esclamiamo: “ecco un pensiero!”, non stiamo forse esprimendo un giudizio? Non stiamo preupponendo (1) che esistono cose che hanno la proprietá di essere un pensiero e (2) che quella roba li contro cui puntiamo il dito appartiene al novero dei pensieri? Non è forse un atto dello stesso tipo di: “ecco un gatto!”?

    Veniamo all’io. “Io” è un nome proprio? Vi sarebbero molte cose da dire al proposito. Qui ne dico solo una, nello stesso spirito di quanto ho detto a proposito di “pensare”. Ogni notte smettiamo di pensare, e anche di sognare. Siamo proprio noi quelli che dormono? In che senso sarei “io” che sto dormendo quando sto dormendo? Forse è il mio cervello (e non il vostro) che dorme quando sono io a dormire. È solo per questo che io che dormo non sono la stessa cosa di voi che dormite? E come faccio a sapere che è il mio cervello che dorme, e non quello di qualcun’altro? Lo possiamo sapere a priori, o dobbiamo verificarlo empiricamente? Come faccio a sapere che durante la notte il mio cervello non viene sostituito da un altro, identico. (prego chiunque volesse farmi questo scherzetto di cambiare qualche dettaglio).

    Ora, se la domanda “chi sono io” non ha senso mentre dormo, perchè dovrebbe averne quando mi sveglio? Secondo me ha senso solo nella misura in cui quando, dopo essermi svegliato, ricordo di aver fatto qualcosa un secondo, un’ora, il giorno prima, e quelli prima ancora. Ma come faccio a sapere di non sbagliarmi? E se mi svelgiassi senza ricordi, sarei io? Se non ricordassi nemmeno quello che ho fatto e visto un secondo fa, in che senso sarei un io? E se i miei ricordi fossero veraci fino a ieri ma appartenessero a qualcunaltro (a un altro cervello) per quanto riguarda i giorni precedenti, chi sarei “io”? E se anche fossero tutti veraci, che differenza ci sarebbe a pensare che in ogni istante viene distrutto un io e ne viene ricreato uno identico? Non basta questa sottodetrminazione metafisica a inficiare a priori la certezza che “io” sia un nome proprio?

    Forse siamo animali che vedono sostanze un po’ ovunque, anche laddove non esistono. Non a caso il nostro linguaggio è fatto soprattutto di soggetti e di predicati. Ma siamo disposti ad ammettere che non tutti i soggetti verbali sono ipso facto soggetti metafisici. Perchè l’io dovrebbe sottrarsi a questo dubbio?

    Concludo. Ho scritto questi pensieri perchè fosse più chiaro cosa intendo quando dico che non sappiamo quale sia la forma logica di “io penso” e di “io esisto”. Gli esempi che ho fatto vanno intesi come ipotesi cospirative, alla stregua di quelle del dio maligno delle meditazioni cartesiane. Se il dio maligno avesse voluto fare il mondo così come l’ho descritto in queste righe, non potremmo legittimamente dubitare della veritá di “io dubito”? Gli argomenti trascendentali hanno bisogno di un punto fisso su cui fare leva. Il problema è che non possiamo fare altro che descriverlo, cioè rappresentarlo, questo punto fisso. E chi potrá mai assicurarci che tale rappresentazione sia unica e fedele?

    Credo che la forma logica profonda non sia una proprietá monadica degli enunciati, ma al più una proprietá relazionale di molti enunciati. Dico al più perchè non è detto che la rete di implicazioni sia sufficiente a determinarla. Vi potrebbero essere più reti internamente coerenti di implicazioni, alle quali potrebbero corrispondere forme logiche diverse per i singoli enunciati. perciò penso che la forma logica potrebbe essere irrimediabilmente indeterminata. Nel mondo che ho descritto, ad esempio, “io penso” è sempre falsa, perciò la sua forma logica non può essere la stessa che avrebbe in un mondo cartesiano fatto di idee chiare e distinte pensate da sostanze pensati e perduranti, dove invece è sempre vera. Per questi motivi credo che gli enunciati dell’ontologia siano indecidibili (il che non impedisce che alcune ontologie siano migliori di altre).

    Per quanto mi riguarda, tanto peggio per gli argomenti trascendentali, addio indubitabilitá. Pazienza.

    Spero che questa conversazione duri a lungo. Vorrei scrivere presto un commento all’intervento di Giorgio, e aspetto con trepidazione le confutazioni del capo post Dr. Perelda.

    Un abbraccio a tutti. e.

  9. Daniele Sgaravatti said

    Lungo tempo fa, avevo tentato di rispondere ma per ragioni a me incomprensibili il post è sparito nel momento in cui lo ho inviato. Riprovo adesso, con incolpevole ritardo, a postare le mie considerazioni.
    A me sembra che la discussione non possa ridursi al punto della validità dell’argomentazione di Cartesio, nelle due versioni, o anche alla sua validità e alla verità delle sue premesse. L’argomentazione: “io esisto, dunque io esisto” ad esempio è valida ed ha premesse vere, ma non è una buona argomentazione. Il punto è anche se, nelle due versioni, l’argomentazione produca una giustificazione per credere la sua conclusione.
    Se io argomentassi “Socrate è un uomo, dunque Socrate esiste”, chiaramente il mio argomento avrebbe bisogno di essere interpretato in maniera entimematica per essere valido, e anche per essere un buon argomento. Questo sarebbe possibile, credo, perché la mia credenza che tutti gli uomini sono mortali è giustificata in maniera, ahimé, empirica, e indipendentemente dal caso di Socrate.
    L’oppositore dell’interpretazione sillogistica deve trovare una disanalogia fra il cogito e questo caso; una opzione è sostenere che mentre non c’è niente di speciale riguardo a Socrate, c’è qualcosa di speciale riguardo all’io, che rende l’inferenza giustificata indipendentemente dalla premessa maggiore. Vorrei mettere da parte questo suggerimento; anche se lo si mette da parte, vorrei suggerire che si può resistere l’interpretazione entimematica del cogito.
    Consideriamo una diversa analogia; io inferisco “Gianni è scapolo” dunque “ Gianni non è sposato”. Potrei migliorare la mia inferenza mettendola in forma sillogistica, partendo da “per ogni x se x è scapolo allora x non è sposato”? a me sembra di no. Questo perché, supponendo che io abbia buone ragioni per accettare la premessa maggiore, ad esempio che il significato di “scapolo” e “non sposato” la rende vera, le stesse ragioni, indipendentemente, mi autorizzano alla inferenza iniziale. Non sto dicendo che il ragionamento sillogistico sarebbe circolare; sto dicendo che sarebbe ridondante.
    Il caso del cogito mi sembra analogo a quest’ultimo. Ciò che per Cartesio autorizza a passare da “io penso” a “io esisto” è che l’inferenza appare primitivamente certa. Allo stesso modo, appare primitivamente certo che qualsiasi cosa pensi, o faccia qualsiasi altra cosa, esiste; ma non miglioro la mia posizione epistemica appellandomi a questa verità generale, perché le ragioni che ho a suo favore si applicano indipendentemente al caso particolare.

  10. hlimo said

    Io credo che il tuo non sia un sillogismo.

    Tutto ciò che esiste pensa
    io penso
    io esisto.

    1) A quale delle tre figure appartiene?
    2) dov’è la relazione nella premessa minore particolare?
    Io penso è al limite una relezione identitaria.

    Quindi se non si tratta di sillogismo.
    deve implicitamente presuppore che ciò che pensa nella premessa
    minore sia anche qualcosa che esiste.

    Il sillogismo è la relazione nuova date due premesse
    ovvero due relazioni.

    Ciao
    http://hlimo.blogspot.com

  11. […] wordpress.com e che si chiama variabili libere. All’interno del sito ho trovato un post del 2008 di Federico Perelda in cui si discute se il cogito ergo sum di Cartesio sia o meno un sillogismo […]

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