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Che cosa sono queste intuizioni?

Posted by danielesgaravatti su aprile 16, 2007

Nelle mie intenzioni, la domanda del post dovrebbe interessare diverse, se non tutte, delle sotto-discipline della filosofia analitica (per cui lo classifico solo sotto “varie”). Il ricorso alle “intuizioni” sembra popolare in etica come in metafisica come in filosofia del linguaggio e così via. Ma naturalmente c’ è il dubbio che in realtà siano cose diverse che si chiamano “intuizioni” nei vari casi. Malignamente, si può sostenere che quando un filosofo analitico non trova argomenti per una sua tesi, la dichiara sostenuta dalle proprie, o altrui, intuizioni.  Ma cosa sono queste intuizioni?

 In questo momento vedo solo tre modi sensati di intendere le intuizioni in filosofia; in tutti i casi, le intuizioni sono una forma di giudizio o di inclinazione al giudizio. In ordine inverso di plausibilità (secondo me), una intuizione potrebbe essere:

1) un giudizio, o una inclinazione ad un giudizio, basati su una facoltà di intuizione razionale; su cosa questa sia e su quali siano i suoi oggetti non posso che chiedere lumi. Si parla di intuizioni in questo senso, mi sembra, soprattuto in filosofia della matematica (o in generale per spiegare la conoscenza a priori) e in certe teorie meta-etiche

2) un giudizio, o un’inclinazione al giudizio, tout court. Ad esempio secondo David Lewis le intuizioni sono semplicemente opinioni; in particolare opinioni a cui non si è disposti a rinunciare. Ad esempio, in un dibattito di metafisica, è stato sostenuto che abbiamo l’intuizione che esistono le montagne; e in epistemologia si dice che è intuitivo che io sappia di avere due mani. In questi casi sembra che s’intenda semplicemente dire che sono credenze comuni.

3) un giudizio, o un’inclinazione al giudizio, fondati sulla competenza linguistica. Il giudizio non deve necessariamente essere sul linguaggio (ma può esserlo, come quando si giudica un enunciato sgrammaticato o insensato) ma può benissimo riguardare, ad esempio, le previsioni del tempo (“o domani pioverà o non pioverà”) oppure la biologia (“il gatto è un felino”); non serve una distinzione netta fra analitico e sintetico per ammettere che la competenza linguistica è in qualche modo determinante per l’accettazione di tali giudizi.

Sarei curioso di sapere che ne pensate della mia classificazione, e in generale se esiste un’idea condivisa di cose rende un giudizio “intuitivo”.

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31 Risposte to “Che cosa sono queste intuizioni?”

  1. carlo penco said

    Non saprei se è utile definire “intuizione” come “giudizio o inclinazione al giudizio”. Un giudizio è un riconoscimento esplicito di verità di una proposizione; una intuizione dovrebbe essere qualcosa che fonda un giudizio, dovrebbe stare dunque dalla parte della giustificazione di ungiodizio o di una credenza.
    Per quanto riguarda la classificazione credo sarebbe utile usare la distinzione, che in italiano collassa ma è presente in tedesco e in parte in inglese, tra
    (1) Anschauung (2) Einsicht – Insight (3) Intuition – Intuition.
    La prima avrebbe a che fare con la perspicuità di una rappresentazione; la seconda con la vivacità o la immediatezza di una rappresentazione; la terza con il processo psicologico con cui si giunge a una rappresentazione.
    Ho derivato questa tripartizione a suo tempo dagli scritti di Wittgenstein sulla matematica, dove il vecchio Ludwig mostra di apprezzare (1) e (2) e di rifiutare la importanza giustificativa di (3). Non saprei dire però cosa questa tripartizione ci azzecca con la tua.

  2. Caro Penco
    che un’intuizione possa fondare una credenza di per sé non esclude che sia un’altra credenza; ma quello che avevo in mente è proprio il “riconoscimento esplicito della verità di una proposizione”; questo riconoscimento, o una certa varietà di esso, mi sembra ciò che di solito si caratterizza come intuizione; e la credenza, proprio perchè intuitiva, non è fondata su niente se non sul riconoscimento (forse peculiare) della sua verità.
    Non sono sicuro però di come si debba intendere il termine “rappresentazione” nella tripartizione wittgensteiniana; un rappresentazione non può essere un giudizio? è una categoria più generale che comprende anche, ad esempio, immagini visive, come sembra suggerire il riferimento a “vivacità o immediatezza”?

    In ogni caso, se si considera ancora la varietà del tipo di giudizi che si sostiene, a torto o a ragione, siano “intuizioni”, o fondati su di esse (“esistono montagne”, “so di avere due mani”, ma anche “è sbagliato uccidere un innocente”, e “piove o non piove”), continua a sembrarmi implausibile che vi sia qualcosa di peculiare al modo di giustificare questi giudizi, se non, forse, un uso della competenza linguistica diverso da quello solito.

  3. alcune osservazioni (molto, molto sommarie), un po’ velocemente e premettendo che la letteratura su cosa si possa intendere con ‘intuizione’, in particolare in matematica, è ovviamente vastissima:

    (i) mi sembra che la discussione dovrebbe essere un po’ meglio articolata, nel senso che in genere (almeno in filosofia della matematica) non si parla di ‘intuizione’ tout court, ma si introducono delle specificazioni, ad esempio (in filosofia della matematica) si parla di ‘intuizione di oggetti’, ‘intuizione di concetti’, ‘intuizione della verità di una proposizione’…

    (ii) rispetto alla classificazione e soprattutto all’ordine di ‘plausibilità’ della classificazione: non mi sembra che tu offra una giustificazione (su cosa basi il giudizio di plausibilità ?). Inoltre, la lista che proponi, per essere chiamata ‘classificazione’ dovrebbe essere accompagnata da un argomento che ne giustifichi l’esaustività…

    (3) rispetto all’intuizione in matematica: in generale, l’intuizione, per alcuni, sembra avere un ruolo più attivo da quello da te delineato, per Goedel (solo per fare un esempio notissimo) l’intuizione porta alla ‘scoperta’ di nuovi assiomi (cosa che sembra andare al di là del semplice riconoscimento della verità di una proposizione data).

    [ripeto, il discorso è molto più lungo e complesso]

  4. Il tema è in effetti enorme; può sembrare insensato affrontarlo in un post, ma ero interessato alle reazioni, per così dire, intuitive..
    Probabilmente, per collegarmi al tuo primo punto avrei dovuto limitare la mia discussione dall’inizio, e più esplicitamente, alla “intuizione della verità di una proposizione”.

    Sul secondo punto; parte di quello che vorrei suggerire è che l’uso di “intuizione” che si ha in filosofia della matematica non sempre sembra plausibile al di fuori di essa. Il che non implica ovviamente che non sia plausibile in filosofia della matematica; se così fosse, credo dovremmo concludere che si parla di “intuizione” in due sensi diversi. Ed il motivo è che ci sono “intuizioni”, ad esempio, che sembrano giustificate empiricamente, come “esistono montagne” o “io so di avere due mani”; e molte altre che, pur non essendo empiriche, non sembrano aver bisogno di speciali facoltà cognitive per essere afferrate ed accettate, come quella che, in una certa situazione, è vero che “Lois crede che Clark Kent non sappia volare”.

    Riguardo all’esaustività, mi pare che fosse chiaro che non ne avevo nessuna pretesa; ed anzi spero che nuove proposte dimostrino che la mia classificazione non era affatto una classificazione.

  5. Beppe Spolaore said

    Caro Daniele,
    limitandosi alle sole intuizioni di verità ed alle tue due ultime caratterizzazioni, credo andrebbe richiesta una condizione ulteriore perché una disposizione all’assenso meriti l’appellativo di “intuizione”, almeno in un senso ristretto o centrale della parola. Anche in ossequio ad una venerabile tradizione, direi che una disposizione all’assenso conta come un’intuizione solo se precede la giustificazione su base argomentativo-razionale. In altri termini, che una disposizione all’assenso nei confronti di P non conta come un’intuizione se dipende dal riconoscimento esplicito di argomenti razionali a favore di P. L’analogia è, se vuoi, con la percezione (non a caso si parlava un tempo di intuizione sensibile): non tendo a credere che le mie dita battono sulla tastiera perché ho argomenti a favore di questa “tesi”. Tendo a crederlo e basta (il che non esclude che io possa trovare in seguito giustificazione razionale per questa credenza, o al contrario rivederla su base razionale). Mi sembra che qualcosa di simile valga per, diciamo, l’intuizione che è sbagliato uccidere un innocente per puro divertimento.
    Ciao.

  6. Solo un appunto veloce. Io ho l’impressione che l’uso delle intuizioni del tipo (3) sia dilagante nella filosofia del linguaggio odierna stile Cappelen-Hawthorne-Stanley. E non mi è ben chiara il passaggio da dati su queste intuizioni, ad esempio su “sapere”, da dari sui concetti (ad esempio può accedere che vi sia una variabilità da lingua a lingua, ma non vorrei da questo inferire che nelle lingue si usano concetti di conoscenza diversa) Daniele: mi sembra di ricordare un tuo talk dove c’era una situazione del genere).

  7. kijio said

    Come avrete notato non sono un letterato, mi piace altresi’ parlare di filosofia soprattutto se e’ argomento di logica. Spero quindi mi perdonerete se il mio approccio ad un determinato argomento puo’ sembrare (e devo dire sinceramente talvolta lo e’) fuori dalle righe “filosofiche”.
    Credo doveroso, quando si parla di intuizione, nominare coloro che sono stati fondamentali nel processo di discussione del metodo scientifico.
    Uno dei miei preferiti autori sull’argomento e’ Feyerabend. Penso che un’attenta lettura de “contro il metodo” possa esaudire, come ha fatto con me, la sete di conoscenza (io ho sposato per intero le sue affermazioni) non solo per comprendere “il metodo scientifico”, ma cosa sia l’intuizione. Essa infatti e’ il cardine di tutto il discorso di Feyerabend, o almeno, e’ quello che io ho compreso dai suoi scritti.
    Non sono riuscito a ritrovare su internet una sua intervista di diverso tempo fa, breve ma estremamente illuminante, se la trovo e vi fa piacere, vedro’ di incollarla qui.
    Altresi’ credo, personalmente, che l’intuizione e’ un po come il tao, vedasi Chun-Tzu: con una sua definizione si finisce per perdere il vero significato (avevo detto che passo di palo in frasca! 😉 ). Succede insomma in maniera simile ad alcune parole di uso comune, che sono, solo apparentemente, univocamente riconosciute e definite.

  8. Qualche risposta, un po’ di fretta

    Kijio; che “intuizione” sia un termine meno che univoco, lo sospetto anch’io, ma ancora questo non vuol dire che una volta chiarita l’ambiguità non si possano definire i vari significati; l’atteggiamento “taoista” richiederebbe qualche giustificazione in più. Di Feyerabend sinceramente non ho letto se non qualche brano, e non ricordo molto neanche quelli; ma se ho tempo andrò a vedere cosa dice “contro il metodo”; non sono sicuro però se tutti apprezzerebbero l’intera intervista sul post, forse il link sarebbe sufficiente

    Seba; perché assumi che si debbano trarre conclusioni sui concetti? nei dibattiti che hai in mente mi sembra che si passi direttamente dal linguaggio al mondo; ho l’intuizione che P, dunque è vero che P, dunque P.

    Beppe; il suggerimento è molto interessante. Qualcosa di simile cercavo di articolare nella mia risposta a Penco. Bisognerebbe cercare di chiarire in che senso però la disposizione all’assenso “precede” l’argomentazione. Da quello che dici sembra che tu abbia in mente un senso cronologico, ma non sono sicuro che questo sia soddisfacente (anche se adesso non mi viene in mente un chiaro contro-esempio). Probabilmente, la tua restrizione potrebbe essere applicata a tutte e tre le concezioni che avevo in mente; ma solo la prima e l’ultima sembrano avere l risorse per almeno tentate di spiegare perché la disposizione all’assenso precede l’argomentazione, e soprattutto perché la disposizione all’assenso dovrebbe di per se costituire un motivo razionale per accettare la proposizione.

  9. Giuseppe Spolaore said

    Caro Daniele,
    in realtà non avevo in mente una “precedenza” nel senso cronologico del termine dell’intuizione rispetto agli argomenti. Altrimenti uno non potrebbe più avere l’intuizione che P se conosce un argomento razionale a favore di P. Pensavo piuttosto a, diciamo, una sorta di indipendenza causale. Per metterla giù in modo un po’ più chiaro – ma ancora insoddisfacente – direi che qualcuno ha l’intuizione che P solo se tenderebbe ad assentire a P anche se non conoscesse argomenti in favore di P.
    Approfitto per fare alcune precisazioni: può darsi che sia impossibile dare una formulazione precisa della condizione necessaria che suggerivo, e che sia impossibile anche dare una condizione alternativa chiara ed estensionalmente equivalente a quella. In tal caso, tenderei a dire che è impossibile dare una formulazione chiara di che cosa intendiamo per “intuizione” (perlomeno in un senso centrale o paradigmatico del termine.) Devo dire che la cosa non mi sorprenderebbe.
    P.S. Qualche volta, forse, abbiamo in mente un senso cronologico di precedenza dell’intuizione rispetto alla conoscenza di argomenti; ad esempio quando ci sembra di “esserci giocati” le nostre intuizioni preteoriche, di non poter più dare un giudizio affidabile sull’intuitività di tesi delle quali ci siamo professionalmente occupati. Ma non so quanto sul serio prendere queste impressioni (che certamente anche tu avrai avuto).
    Ciao.

  10. Caro Beppe
    continuo a non essere convinto che ci siano motivi chiari di abbandonare il tentativo di dare una definizione di “intuizione”, almeno in un senso delimitato del termine; e adesso propendo, dubbiosamente, per “inclinazione al giudizio basata sulla competenza linguistica”. Un modo di chiarire l’ultima clausola: ceteris paribus, e relativamente ad un contesto, se si nega il contenuto dell’intuizione, non si è parlanti competenti.
    Qualche osservazione sulla tua proposta condizione necessaria; una disposizione all’assenso conta come intuizione solo se è causalmente indipendente dalla conoscenza di argomentazioni. Ci sono due problemi; uno è che la definizione così cotruita conta come “intuizioni” anche le credenze basate sull’esperienza; questo ad alcuni potrebbe sembrare troppo liberale; d’altronde aggiungere una seconda condizione, come essere causalmente indipendente dall’esperienza percettiva, ad altri potrebbe sembrare troppo restrittivo. La mia proposta dovrebbe tagliare nel mezzo; in certi contesti, e ceteris paribus, se si nega che esistono montagne si mostra incompetenza linguistica, anche se il giudizio è empirico.
    C’è poi il problema della “perdita” delle intuizioni, che tu segnali. Supponiamo che qualcuno venga convinto per 5 minuti, in un momento di esaltazione giovanile, da argomentazioni di tipo Nietzeschiano (benché incorrette), che si è giustificati ad uccidere un innocente per puro divertimento, se la nostra volontà di potenza lo richiede; e in seguito ricondotto da argomentazioni razionali a credere che ciò è sempre sbagliato.
    La disposizione all’assenso è ora causalmente dipendente dalla nuova argomentazione, dunque nn è più un’intuizione. In questo caso non è chiaro che il verdetto sia erroneo; però si potrebbe anche voler dire che l’intuizione torna ad essere presente, o anche che è stata sempre presente. Forse la cosa migliore è dire che una disposizione (o un’inclinazione, che io intendo fenomenologicamente, per così dire) all’assenso verso un gudizio può permanere anche mentre si accetta la negazione dello stesso giudizio.

  11. Beppe Spolaore said

    Caro Daniele,
    rispetto alla tua prima obiezione, ti rammento che io ho proposto solamente l’aggiunta di una condizione necessaria, e non ho esplicitato una caratterizzazione. E certamente l’aggiunta di una condizione necessaria ad una caratterizzazione (quale che sia) NON PUO’ condurre ad una caratterizzazione più liberale. Dunque respingo le accuse di eccessiva liberalità. Credo, ad esempio, che anche la caratterizzazione che sembri preferire, ossia tendenza al giudizio fondata sulla competenza linguistica, richieda l’aggiunta di quella condizione necessaria (o di una sua formulazione adeguata, o di una condizione equivalente ecc.). Prendi le valutazioni anti-intuitive che noi, da persone logicamente educate, tendiamo a dare nel caso dei condizionali. Ovviamente dipendono in modo sostanziale dalla nostra competenza linguistica, ma non le giudicheremmo intuizioni. Perché? Credo perché riconosciamo che dipendono anche (o in primo luogo) da convinzioni su qual è la miglior teoria semantica dei connettivi.
    Ho il dubbio, poi, che l’appello alla competenza linguistica nella caratterizzazione delle intuizioni rischi o di restringere oltre modo il regno delle intuizioni, o di allargare oltre misura il regno della competenza linguistica. Tieni conto ad esempio che, in etica, le intuizioni hanno un ruolo nell’azione, tanto che usualmente si testano chiedendo “cosa faresti se [segue circostanza eticamente rilevante]?”. Ok, il test impiega il linguaggio, ma possiamo in alternativa usare simulazioni, o videogiochi. E solo ovvie restrizioni deontologiche ci impediscono di fare il test con soggetti che credono di vivere veramente il dilemma etico. In simili casi, come dovrebbe entrarci la competenza linguistica?
    La tua seconda obiezione, ossia il problema per la mia formulazione controfattuale, è esattamente il motivo per cui dichiaravo non del tutto soddisfacente quella formulazione. Ci sono modi, credo, di parare alcuni possibili controesempi, ma mi sembra fuori luogo elevare a tal punto il livello di dettaglio del dibattito.
    Grazie dei commenti e del tema, e a presto.
    Beppe.

  12. Caro Beppe
    sul primo punto hai ragione; in effetti quello che avevo in mente era esplorare la possibilità di usare la tua condizione necessaria come definizione tout court, ma la fretta mi ha tradito.
    Per i due punti sulla competenza linguistica, in breve, e partendo dall’ultimo: sono d’accordo che l’intuizione della verità di un giudizio possa essere mostrata attraverso il comportamento; ma quello che m’interessa è la giustificazione. Se il giudizio non è formulato esplicitamente, possiamo sempre dire che se lo fosse sarebbe giustificato.
    Sul caso dei condizionali, per evitare che la fretta mi tradisca nuovamente, citerò Spolaore: “Ci sono modi, credo, di parare alcuni possibili controesempi, ma mi sembra fuori luogo elevare a tal punto il livello di dettaglio del dibattito.
    Grazie dei commenti”.
    a presto
    Daniele

  13. carlo penco said

    Due brevi osservazioni:
    1) Non so se sia sensato dire che non si può dare una definizione dei casi paradigmatici. Prima sarebbe utile avere qualche caso paradigmatico. E qui si vedrebbe come i casi differiscono molto tra di loro, come i diversi usi di intuizione (magari proprio i tre proposti, se va bene – e uno dei tre riguarda appunto la intuizione in matematica che è un campo a sé; ma non parlerei di una speciale facoltà di “intuizione razionale”; piuttosto di intuizione come “visione d’insieme” o come “perspicuità” – che sarebbe accettabile sia dall’estremo platonismo di Gödel, ma anche da chi non riesce ad accettarlo)

    2) “Intuizione che P = tendenza a assentire a P anche se non si hanno argomenti per P”. Qui si parla di intuizione sulla verità di un possibile giudizio. Quindi intuizione = credenza o giudizio (come proposto all’inizio, anche se giudizio o inclinazione a un giudizio sono cose molto diverse).
    Quello che non riesco ad avere chiaro è se è sensato di parlare di intuizione come giudizio: “ho avuto una intuizione” = “ho dato un giudizio intuitivo”. L’alternativa è pensare che l’intuizione è qualcosa che precede il giudizio o che è a fondamento di un giudizio. Il giudizio come atto finale che segue l’intuizione.
    CASO PARADIGMATICO: L’ho giudicato un po’ tonto, così, a prima vista. E come? Non so, è stata un’intuizione (che mi ha guidato nel giudizio).
    P.S. non occorre scomodare Chuang Tzu: anche Agostino diceva qualcosa del genere sul tempo (e Wittgenstein ci ricama sopra).

  14. Caro Penco
    grazie degli interessanti commenti,che mi danno l’occasione di riprendere il discorso; sono d’accordo che c’è una grande differenza fra intuizione come inclinazione al giudizio e intuizione come giudizio in se stesso; se è sull’inclinazione che ci si concentra, diventa una scelta terminologica, mi sembra, chiamare “intuizione” anche il giudizio che ne è oggetto o no. Sicuramente non voglio fare ancora un passo indietro e chiamare “intuizione” ciò che sta a fondamento dell’inclinazione al giudizio, perchè questo potrebbe benissimo essere qualcosa di fenomenologicamente inaccessibile.
    Il caso paradigmatico offerto non è di quelli che avevo in mente. Io pensavo all’appello ll’intuizione come problema metodologico in filosofia (un problema meta-filosofico, se si vuole). Dunque i casi paradigmatici che avevo in mente sono più o meno celebri appelli all’intuizione in filosofia analitica, come quelli già citati. Se dovessi forzatamente indicarne alcuni più paradigmatici di altri guarderei, in ossequio alla tradizione, alla filosofia del linguaggio; ad esempio, si descrive una certa situazione e si sostiene che in quella situazione è vero “Pierre crede che Londra sia bella”, oppure che è falsa (per qualcuno appena arrivato su terra gemella) la credenza “c’è dell’acqua davanti a me”. Non si ritiene che si debba argomentare per questo tipo di giudizio, anche quando le conseguenze filosofiche sono enormi. Ancora una volta credo che, se non si ritiene completamente infondata questa pratica filosofica, il fondamento di questi giudizi vada legato in qualche modo alla competenza linguistica.

  15. Un appunto molto informale: appurato che non si sta parlando del caso dell’intuizione in matematica (di massima non sono d’accordo sulle poche cose dette al riguardo, ma visto che non si discute di questo non commento) vorrei fare una domanda da ‘profana’, non conoscendo approfonditamente l’argomento (e la letteratura su) ‘intuizione’ e ‘filosofia del linguaggio’.

    Quello che mi sfugge in particolare (e mi scuso se la domanda è banale) è il collegamento tra ‘intuizione della verità di una proposizione’ e ‘competenza linguistica’ (oppure non ho recepito il senso della discussione ?). In generale, banalmente, non vedo come l’essere parlanti competenti possa tramutarsi o risultare nella ‘facoltà’ di intuire una ‘verità’, mi sembra ci sia un salto, direi categoriale, tra queste due cose.

    In particolare poi mi sembra si parli indiscriminatamente di ‘verità’, quando, penso, occorrerebbe specificare a quale nozione di verità (a quale teoria della verità) ci si riferisce; in sostanza occorrerebbe, mi sembra, esplicitare la nozione di verità all’interno, per così dire, della quale ‘avviene’ (se avviene) l’intuizione. Detto in altri termini, la nozione di verità rispetto alla quale ‘si intuisce’ che una certa proposizione è vera.

    Se questo ha un minimo senso allora, banalmente, due parlanti competenti che aderiscono a diverse teorie della verità possono avere intuizioni ‘diverse’ basate sulla ‘stessa’ competenza linguistica. Questo sembra voler dire che, o i due parlanti non sono entrambi competenti perché non hanno la stessa percezione della verità o che l’intuizione non può essere basata sulla competenza linguistica. (Ci sarebbe anche un terzo caso: che questa nozione di intuizione è contraddittoria). Il primo caso mi sembra autoconfutatorio (include la necessità di una nozione preferenziale di verità che a sua volta può richiedere un’intuizione sul funzionamento del linguaggio a suo sostegno. E’ anche vero che è possibile che diverse teorie della verità concordino (estensionalmente) sulle verità delle stesse proposizioni ‘sostenendole’ però con intuizioni diverse.). Rimane dunque la seconda opzione. (Scusate la sommarietà e l’imprecisione dell’argomento.)

    Mi sembra di ricordare (ma posso sbagliarmi o aver capito male) che questo tipo di obiezione (obiezione basata sulla nozione di ‘verità’, anche se non ricordo l’argomento) sia stata formulata da Jaakko Hintikka, in un articolo (The Emperor’s New Intuitions) molto critico rispetto alla nozione (nozioni) di intuizione usata (usate) dai filosofi del linguaggio. Commenti, magari sulle critiche avanzate da Hintikka ?

  16. Sono d’accordo che quando si cerca di chiarire il senso in cui l’intuizione è legata alla competenza linguistica si incontrano diversi problemi; per ora, non riesco a fare meglio di quanto suggerito in precedenza; un parlante ha l’intuizione che p (in un contesto) sse non lo si considererebbe un parlante competente se mancasse di accettare p (in quel contesto).

    Non sono d’accordo invece con la premessa dell’argomento riportato, ovvero che avere un’intuizione richieda una teoria della verità. Davidson sosteneva che per avere una credenza è necessario avere il concetto di verità; io trovo questo sommamente implausibile; un bambino può avere credenze molto prima di padroneggiare il concetto di verità. Se poi si sostenesse che per avere credenze occorre una “teoria” della verità, la stragrande maggioranza degli esseri umani sarebbe priva di credenze; e non vedo perchè il caso dovrebbe essere diverso per le intuizioni.
    Anche in un contesto filosofico, si può chiaramente essere d’accordo nell’accettare che “uno scapolo è un uomo non sposato” è vero, pur non condividendo una teoria della verità. Ciò su cui si concorda è che c’è una teoria della verità corretta, e che “uno scapolo è un uomo non sposato” è vero. Mi sembra una singola intuizione.
    Un punto minore; non capisco perchè il primo corno del dilemma offerto sarebbe “auto-confutatorio”; se io difendo le mie intuizioni tramite una teoria della verità, e la teoria della verità tramite le intuizioni, questo è circolare; ma c’è un’enorme differenza fra “circolare” ed “auto-confutatorio” (se p allora p, è circolare; p e non p, è auto-confutatorio)
    Grazie per il riferimento al saggio di Hintikka; non lo conoscevo e mi sembra straoridinariamente interessante (anche se gli ho dato per ora solo un’occhiata), soprattutto dal punto di vista storico; quanto è “colpa” di Chomsky, e quanto è “colpa” di Kripke, se si fa questo gran parlare di intuizioni in filosofia analitica? purtroppo non ho tempo qui per approfondire.

  17. sascia said

    Faccio fatica a capire qual è l’argomento della discussione. Volete capire che cosa vuol dire ‘intuizione’ nell’italiano corrente? Mi sembra di no. Vi chiedete il significato che ha nella letteratura filosofica diciamo di orientamento analitico? Forse è più pertinente, ma allora la domanda ha un carattere storico o filologico. Ho la mia personale risposta a entrambe le domande.
    Nel linguaggio comune si dice per esempio ‘Ho intuito che stava mentendo’, ‘Non riuscivo a trovare la soluzione, poi ho avuto un’intuizione: bisognava costruire una prova per induzione sul numero dei connettivi’. In questi usi ‘intuire’ sembra un verbo fattivo e sembra indicare quelle situazioni in cui arriviamo a capire qualcosa ma non sappiamo presentare delle ragioni precise per cui le cose devono stare in quel modo.
    Il termine è stato ripreso dai filosofi. Lascio perdere gli usi kantiani come ‘intuizione sensibile’ e ‘intuizione intellettuale’ e mi limito alla filosofia analitica. Io ho l’impressione che nella letteratura analitica ‘Abbiamo l’intuizione che …’ sembra essere per lo più usato come equivalente a ‘Abbiamo una forte propensione a credere che …’, nei casi in cui questa propensione non è dovuta o è data indipendentemente da argomentazioni. E non mi sembra che tutti gli usi siano riconducibili a competenze linguistiche. Credo che gli usi seguenti possano essere comuni: ‘Abbiamo l’intuizione che i teoremi matematici siano delle scoperte e non delle costruzioni della nostra mente’ oppure ‘Abbiamo l’intuizione che le entità matematiche non esistano indipendentemente dalla nostra mente’. Ma si possono anche sentire ‘L’assioma di fondazione è molto intuitivo’. E poi ci sono tutte le varie teorie folk che sembriamo avere, psicologia, fisica, ecc.. E questo mostra che, nell’uso filosofico, ‘ho l’intuizione che’ non è più fattivo, molte intuizioni della psicologia o della fisica del senso comune sono false. Oltretutto molti articoli filosofici mettono proprio un’intuizione contro l’altra. Prendete proprio Terra Gemella. Da una parte c’è l’intuizione che ‘Quella è acqua’ sia falsa, dall’altra che i significati siano tutti nella testa.
    Magari sono due risposte sbagliate, ma dietro non vi vedo niente di filosoficamente profondo. Una è una tesi di semantica lessicale, l’altra di storia del pensiero. Bisogna stare attenti a non mescolare questi due piani.
    Daniele sembra prima cercare di dare una risposta alla seconda questione, quella di storia del pensiero analitico, poi di dare un suo significato al termine ‘intuizione’. Quanto a questa ultima questione, quello che a me Daniele sembra voler dire è che, tra le varie possibili fonti di conoscenza, che so, l’esperienza e il ragionamento, ve n’è un’altra che potremmo chiamare ‘intuizione’. Che bisogno c’è di dire questo? Non basta raccontare la solita storia che, per ogni nostra credenza, c’è una iniziale presunzione di veridicità, anche per quelle credenze non fondate argomentativamente? Sembra inoltre sostenere che questa facoltà è fondata sulla competenza linguistica. Sono un po’ scettico. Ho già detto che non tutto ciò che nella letteratura va sotto il termine ‘intuizione’ sembra avere molto a che fare con la competenza linguistica. Inoltre, se la competenza linguistica consentisse da sola di conoscere qualcosa sulla realtà non linguistica, ciò potrebbe sembrare un fenomeno quasi magico. D’altra parte, poiché, in quanto olista in epistemologia, sono tenuto a dire che tutto è collegato con tutto, e quindi, almeno in linea di principio, fatti relativi alla competenza linguistica possono dirci qualcosa sulla realtà non linguistica, cercherei di recuperare così. Ammettiamo per ipotesi di avere l’intuizione che P sia vero, o che sia corretto inferire Q da P. E questo per me vuol dire né più né meno che abbiamo un’inclinazione a credere che P, o un’inclinazione ad accettare P ogni volta che accettiamo Q, rispettivamente. Come può entrare la competenza linguistica in tutto questo? Magari perché, in base alla mia teoria del significato preferita, P risulta essere vero nella situazione data; o la verità di Q segue logicamente quella di P e da altre cose che crediamo vere, in base alla forma logica che la mia teoria assegna a P e Q. Ma magari anche no. Forse la migliore teoria del significato possibile rende P falsa, o rende l’inferenza di Q da P ingiustificata. Penso alle teorie sugli atteggiamenti proposizionali cosiddette Russelliane, per le quali ‘A crede che Fa’ è vero anche in casi in cui molti sarebbero propensi a dire che è falso.

  18. Caro Sascia
    il punto che l’uso comune di “intuizione” è fattivo è molto interessante; forse può aiutare a spiegare perchè talvolta si tenda a considerare, erroneamente, un’intuizione un punto di partenza indiscutibile in filosofia.
    Non ho mai inteso dire che “tra le varie possibili fonti di conoscenza, che so, l’esperienza e il ragionamento, ve n’è un’altra che potremmo chiamare ‘intuizione’.” Anzi, ho cercato di sottolineare che tra le proposizioni “intuitive” ce ne sono alcune che rappresentano casi paradigmatici di conoscenza a posteriori.
    Che la competenza linguistica porti a conoscere qualcosa sulla realtà non linguistica non dovrebbe davvero sorprendere un olista; non più del fatto che si possa rivedere la definizione di un termine in base all’evidenza empirica. Se sul dizionario leggo che il gatto è un mammifero carnivoro di piccola taglia, non ho imparato qualcosa sulla realtà non linguistica, oltre ad aver migliorato la mia competenza linguistica (supponendo che non sapessi cosa vuol dire “gatto”)?
    In generale, la competenza linguistica non è una teoria del significato; se ricavo la credenza che p inferendo dalla mia teoria del significato che “p” è vero in certe circostanze, questo è tutto fuorché un’intuizione.
    Ciò che chiamerei un’intuizione è una credenza che ho, in qualche modo, in virtù del fatto che sono un parlante competente; ora, da un certo punto di vista si potrebbe dire che tutte le mie credenze, o almeno la maggior parte, sono tali, perchè banalmente se non comprendessi alcun linguaggio non avrei credenze o comunque ne avrei molte meno. D’altra parte, se si accetta una epistemologia olistica, tutte le mie credenze dipendono anche dall’esperienza. Ma anche se si è d’accordo con questo si può tracciare una distinzione, “debole” e graduale, fra credenze che dipendono più da un fattore o dall’altro.
    Fin qui non credo di dire nulla di nuovo. Una possibilità che trovo interessante, e poco esplorata, è quella di relativizzare la dipendenza ad un contesto; se io so che il mio interlocutore ci vede bene, ed è una persona razionale, e che c’è un elefante ben in vista davanti a noi, allora se il mio interlocutore nega di vedere un elefante, devo concludere che non è competente riguardo al termine “elefante”; “quello è un elefante” dunque diventa una credenza che ho, in misura rilevante (o forse “ceteris paribus”), in virtù del fatto di essere un parlante competente, e dunque un’intuizione, nel senso detto. Ed è un fatto che posso usare come premessa di argomenti per trarne conclusioni di metafisica (esistono elefanti), di epistemologia (so che che esistono elefanti) etc.

  19. l’ultima frase del post era un po’ affrettata; nel contesto che ho descritto ne verrebbero fuori argomenti palesementi circolari.

  20. giuliano torrengo said

    Vorrei solo aggiungere qualche pensiero sul rilievo metodologico delle intuizioni in discipline come metafisica, etica e filosofia del linguaggio. Prendiamo per buona la definizione di daniele, o qualsiasi altra definizione che includa almeno tutte le credenze che si possa ragionevolmente presupporre dalla maggioranza delle persone che prendono parte ad un certo dibattito. Anche se non è affatto infrequente giustificare una certa affermazione teorica sulla base della suo essere giustificata da qualche intuizione (o perché più conforme all’intuizione di un’altra opzione), a me sembra che l’unico uso legittimo dell’appello all’intuizione sia quello di un vincolo generico sulle posizioni teoriche. Cerco di spiegarmi. Nell’esempio di daniele “quello è un elefate” è un giudizio intuitivo. Riconoscerlo non significa poter usare “quello è un elefante” come un enunciato vero di una qualche teoria, ad esempio una teoria metafisica degli oggetti. Piuttosto, se la mia teoria degli oggetti mi porta a concludere che non esistono elefanti, dovrò dare una qualche spiegazione del perché ci sembra intuitivamente vero che ci sia un’elefante davanti a noi. Così, se si ammette, ad esempio, che è intuitivamente vero che c’è una differenza morale fra uccidere un innocente e parcheggiare in divieto di sosta, una teoria etica che concluda che non vi è nessuna differenza etica fra le due classi di azioni, dovrà almeno dire qualcosa sul perché non ci sembra sia così. O ancora, se ci sembra inutuitivo che un proferimento di “non sono qui ora” da una segreteria telefonica sia vero in certi contesti, una teoria semantica per cui non possono esserci proferimenti veri di “non sono qui ora” dovrà darmi una qualche spiegazione al riguardo.
    Qualsiasi altro appello ad un senso più forte di “conformità” alle intuizioni mi sembra sospetto – ma questa è una proposta normativa.

  21. Condivido quasi tutto del post di Giuliano. Vorrei fare ancora due osservazioni;
    1)C’è una diversa maniera di intendere il “vincolo” che le intuizioni impongono alla teoria, modellata sul ruolo che hanno i giudizi di acettabilità in linguistica; se un enunciato non è accettabile, una teoria che ha la conseguenza che l’enunciato sia corretto è semplicemente rifiutata (sarebbe ridicolo, per esempio, cercare di speigare l’inaccettabilità di “se stesso guarda Piero allo specchio”, con dei meccanismi pragmatici). In filosofia, invece, le intuizioni sono rivedibili, anche se a volte si tende a dimenticarlo
    2) Se si accetta 1), c’è però il problema opposto; perchè le intuizioni dovrebbero costituire un vincolo, per quanto debole o rivedibile? in fisica e in biologia, così come in storia o in psicologia, l’accordo con il senso comune è visto come poca o nessuna evidenza a favore di una teoria. Perchè in filosofia dovrebbe essere diverso? l’appello alla competenza linguistica in questo caso non sembra spiegare la differenza; Non fa problema in biologia dichiarare falso che le balene sono pesci, anche se si ammette che un parlante competente avesse una giustificazione (rivedibile) per quel giudizio.

  22. giuliano torrengo said

    Sono d’accordo che in linguistica il vincolo con le intuizioni sia in qualche maniera più forte – idealmente le intuizioni di grammaticità dovrebbero essere i dati che falsificano le ipotesi o qualcosa del genere. Però non bisogna confondere la situazione di fatto della teoria, con il discorso in generale del ruolo delle intuizioni. Mi spiego, visto il successo di molte ipotesi in linguistica che sono compatibili con l’ipotesi che (o implicano che) “se stesso guarda Pietro all specchio” non è ben formato, ci sembrerebbe strano adottare una teoria che ci dica il contrario, e poi sistemare quel caso come effetto pragmatico. Ma se (cosa improbabile allo stato attuale delle ricerche) la nuova teoria spiegasse almeno tanti altri dati (intuizioni appunto) quanto quella vecchia, la cosa sarebbe già meno strana.

    Sul punto 2 ti scruivo fra poco.

  23. giuliano torrengo said

    Per quanto riguarda il punto 2 (il punto 1 l’ho messo giù un po’ in fretta, ma mi sembra che il succo si capisca): è vero che le “hard sciences” non devono preoccuparsi più di tanto delle intuizioni ordinarie. Però a me sembra che questo sia dovuto più che altro che tesi concernenti la fisica, la chimica, o la biologia (a differenza delle teorie sugli oggetti ordinari, o delle teorie sulla competenza) non riguardino argomenti su cui abbiamo intuizioni. Possiamo anche dire che “secondo la fisica questo tavolo su cui sto scrivendo è fatto per lo più di spazi vuoti” e questo sarebbe certo un enunciato controintuitivo. Ma a ben vedere l’enunciato in questione non è una tesi di nessuna teoria fisica, è solo un modo “metaforico” di parlare di particelle subatomiche e di forze – sulle quali possiamo fare ipotesi testabili, ma su cui certo non abbiamo intuizioni. E per quanto riguarda tesi della biologia come quella stando a cui “le balene non sono pesci”: ciò che ci sembra controintuitivo è, probabilmente, che, per quanto ne sappiamo, in genere tutto quello che vive mare e ha (più o meno) una certa forma è un pesce. Ma una volta che la maggior parte delle cose vive che stanno in acqua (di media grandezza – ossia i pesci) hanno una certa costituzione fisiologica (brachie, etc.) che le balene non hanno (ma anzi hanno cose che funzionano più o meno come funzionano i nostri polmoni), e magari aggiungono che ci sono altri dati (concernenti il dna e i feti, per dire) che se altre teorie (altrimenti plausibili) sono vere, confermano che le balene hanno un mucchio di cose “importanti” in comune con altri animali che non vivono in acqua, allora è probabile che quel dato intuitivo non ci sembri così importante.

    Ci che vorrei sostenere, insomma, è che le intuizioni sono sempre in qualche misura rilevante, ma che, in alcuni casi, è palese che ci siano buoni motivi per non dargli troppo peso.

  24. Caro Giuliano
    credo che siamo d’accordo sul ruolo delle intuizioni, tranne qualche sfumatura. Ma questo ruolo è compatibile, mi domando, con qualsiasi risposta alla mia domanda iniziale (che cosa sono queste intuizioni)? tutte le credenze che ho contano come mie intuizioni? solo le credenze diffuse (universalmente) in una società? le credenze basate su una facoltà specifica? sulla competenza linguistica? se si è d’accordo che, sia pure ceteris paribus, una teoria in uno dei campi che abbiamo in mente deve rispettare le intuizioni, la domanda dovrebbe essere pressante.

  25. Giuliano,

    non capisco ancora come tu possa distinguere il caso delle intuizioni in filosofia da quello delle scienze.

    In che senso bisogna dare più importanza a un’intuizione in metafisica che in fisica?

  26. giuliano torrengo said

    Seba,

    Il ruolo che giocano in entrambi i casi mi sembra lo stesso, in quanche modo chi propone una teoria con delle conseguenze controintuitive deve ritenersi responsabile di spiegare perché la sua teoria è ciononostante vera (ad esempio, mostrarci che la conclusione non è “davvero” in contrasto con le intuizioni). La differenza sta solo nel fatto che se una teoria ci dice qualcosa sugli oggetti ordinari, o sui significati, o sui concetti, è più facile che contenga tesi che possano risultare intuitive/controintuitive, mentre una teoria che ci parla dei quasar, o dei neutrini, o delle molecole avrà probabilmente poco di intuitivo o controintuitivo.

  27. Fabrizio Trifiro said

    Caro Daniele. Osservazione un po tardiva nel post e veloce.
    Direi che sostenere che le proprie tesi sono sostenute da intuizioni e’ cosa ‘maligna’ solo se si vorrebbe far fare a queste intuzioni un lavoro che non possono fare, ovvero fondare in maniera assoluta, metafisica, i nostri argomenti. Se invece si ricorre alle nostre intuizioni, consapevoli del loro stato infondato, ‘primitivo’, non vi e’ niente di maligno, ma anzi di molto onesto. L’onesta’ consistente nel riconoscere la nostra condizione umana ‘troppo umana’. Con questo ovviamente non rispondo alla tua domanda ‘cosa sono le queste intuzuioni?’ L’unica cosa che potrei suggerire a riguardo e’ qualcosa di wittgensteiniano del tipo ‘meglio smettere di porsi delle domande essenzialiste al riguardo, delle domande del tipo ‘che cosa sono…?’ e chiedersi invece come viene giocato il gioco delle intuizioni’. Allora penso ci sarebbero cose interessanti da dire, e sarei portato a credere che buona parte di queste cose punterebbero alla status circolare, primitivo, ‘rock bottom’ delle credenze espresse dalle nostre intuizioni

  28. Caro Fabrizio, sono d’accordo sul fatto che le intuizioni giocano un ruolo assai peculiare nel nostro discorso, talvolta proprio quello di segnalare il raggiungimento del livello “rock bottom”. Ma, anche mettendo da parte la preoccupazione sulla verità delle nostre intuizioni, che ci porterebbe un post più avanti, rimane una domanda interessante sui modi legittimi di giocare il gioco del dare ragioni, per così dire; la domanda, nella sua forma generale è: quale è il confine fra l’onestà e il dogmatismo? due domande specifiche, che spero chiariscano quello che ho in mente: dove finiscono le intuizioni e iniziano le credenze (ammesso che non siano la stessa cosa)? e, seconda domanda specifica, quando è legittimo mettere in dubbio una genuina intuizione (propria o altrui)?
    Sicuramente ci sono casi in cui le intuizioni di qualcuno sono state riviste alla luce di considerazioni razionali; è più controverso, ma credo ragionevole, sostenere che a volte dichiariamo “intuizioni” credenze che non lo sono, e che dovremmo difendere invece con delle argomentazioni.
    Una buona “teoria” delle intuizioni, sia pure una teoria wittgensteiniana, che non dia una definizione di “intuizione” in termini di condizioni necessarie e sufficienti, dovrebbe aiutarci a rispondere a quelle domande.

  29. elisabetta said

    Daniele,
    sono arrivata tardi ma vorrei suggerire un punto e uno spunto:
    – ‘intuizione’, come ‘giudizio’, è ambigua tra facoltà e contenuto. A volte il sospetto verso le intuizioni deriva dal timore implicito che per averne, ci serva una facoltà speciale, come quella che piaceva ai matematici platonisti. Invece credo si possa lasciar perdere il discorso sulla facoltà speciale e tenere ‘intuizione’ nel senso di contenuto. Che tipo di contenuto? una credenza che di solito ha un ruolo nella giustificazione di altre credenze, ma che non è stata ottenuta in modo inferenziale (anche se a volte è possibile darne una ricostruzione inferenziale)
    – lo spunto. come le intuizioni, anche le percezioni hanno queste caratteristiche. possibile parallelo?
    saluti a tutti.

  30. Fabrizio Trifiro said

    Daniele, capisco la curiosita’ a riguardo il tema delle intuizioni, e del ruolo che giocano nel nostro apparato epistemico/cognitivo, che e’ espressa bene dalle tue domande. Ritengo, e spero magari di darti uno spunto, che il miglior modo di caratterizzare lo status ed il ruolo epistemico delle intuizioni, rinunciando ad indagini inutili sulla natura delle intuizioni (come se fossero dei tipi naturali), sia attraverso una indagine, di tipo wittgensteiniano e pragmatista del ruolo che il ricorso alle nostre intuizioni giocano nelle nostre pratiche giustificatorie e del modo in cui ricorriamo ad esse. Non vedo come si possano distinguere dalle credenze, nel senso che ogni intuizione puo’ essere espressa attraverso qualche proposizione, la quale esprimera una credenza. Lo studio filosofico (a differenza dello studio psicologico) di cio’ che vengono chiamate intuizioni, allora diventerebbe una riflessione sui ruoli diversi giocate dalle nostre credenze nel nostro sistema cognitivo ed epistemico. Soprattuto partendo da una concezione olistica di tale sistema penso sia possibilie, ad esempio, rendere conto del fatto che quella parte del sistema cognitivo che caratterizziamo come intuizioni possa venire messo successivamente in discussione, criticato, giustificato, facedno ricorso magari ad altre intuzioni…In base a questa concezione olistica penso sia possibile rendere conto di come si possa sempre ricorrere ad ‘argomentazioni’ o giustificazioni + o – formali per le nostre intuzioni, ma sara difficile (impossibile?) prescindere da credenze (intuizioni?) che non restino ultimamente su loro stesse, o che comunque non facciano riferimento ad altre parti del sistema cognitivo che stiamo cerncado di giustificare.

  31. Cerco di rispondere insieme agli ultimi due commenti (cogliendo l’occasione per salutare la dott.ssa Lalumera). Sono d’accordo che il contenuto delle intuizioni sia semplicemente una proposizione, o una credenza. Ma non credo che il modo in cui la credenza viene formata sia irrilevante, come sembra suggerire Fabrizio. Consideriamo il parallelo con la percezione; potremmo definire un giudizio percettivo semplicemente come un giudizio che ha un certo ruolo nelle nostre pratiche epistemiche. Ma questo lascerebbe misteriose due cose: 1) Quando un giudizio conta come percettivo? e perchè la nostra pratica di fondare alcunchè sui giudizi percettivi non è palesemente irrazionale, come sarebbe la pratica di fondare qualcosa su una classe arbitraria di giudizi, ad esempio quelli esprimibili in enunciati contenenti un numero primo di sillabe, o quelli che apprendiamo dalla testimonianza di persone alte esattamente un metro e 95?
    Similmente per le intuizioni. Certamente quali credenze contano come intuitive è relativo a varie cose; il linguaggio, le credenze di sfondo, il contesto. Ma in che modo queste cose rendono un giudizio intuitivo?
    La risposta alla domanda, a mio avviso, è da cercarsi nel fatto che essere parlanti competenti di un linguaggio, e agenti razionali in un contesto, ci impone alcune credenze (chiarire meglio il senso di “imporre” in questa affermazione sarebbe certo auspicabile). Queste e solo queste contano come intuizioni; e la scelta dunque non è arbitraria, anzi non è affatto una scelta!

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