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Chi ha paura del relativismo? Il caso dell’auto-confutazione

Posted by sebastiano moruzzi su febbraio 12, 2007

Ciao a tutti,

con questo posto inauguro una serie di posts (ma si mette la ‘s’ se si fa il plurante con un prestito da un’altra lingua?) con cui vi martorierò dato che devo scrivere una recensione (per cui sono in ritardo ultra-verognoso) per Fear of Knowledge di Paul Boghossian.

Nel capitolo 4 di Fear of Knowledge (2006 OUP p.52, tradotto per Carocci dalla nostra collega bloggista Annalisa Coliva) Boghossian argomenta contro il relativismo globale sui fatti (che attribuisce a Rorty):

(Relativismo globale sui fatti)

  1. non ci sono fatti assoluti della forma p;
  2. un proferimento di ‘p’ esprime sempre ‘Secondo una teoria T, che (noi comunità, o anche io solo) accettiamo, p’
  3. Ci sono diverse teore alternative egualmente corrette che valutano diversamente ‘p’.

Boghossian ritiene che il relativismo globale sia soggetto a un dilemma che ne mostra l’insostenibilità, ecco l’argomento:

  1. Considera un fatto qualsiasi p;
  2. Questo fatto corrisponde al fatto che, secondo la teoria che io accetto, p (Relativismo Global sui Fatti);
  3. O il fatto che secondo la teoria che accetto, p è assoluto o no (probabilmente appello implicito al terzo escluso);
  4. Se è assoluto, allora ci sono fatti assoluti di forma relazionale , ma allora:
    • il Relativismo Globale dei Fatti è falso (definzione di Relativismo Globale);
    • inoltre gli unici fatti assoluti sono quello relativi a stati mentali (perchè sono tutti relativi a ciò che accettiamo), cosa bizzarra dato che sembrebbero invece essere i primi candidati a essere relativi.
  5. Se non è assoluto, allora il fatto che secondo una teoria T, che io accetto, p è in realtà della forma ‘Secondo una teoria T*, che io accetto, c’è una teoria T, che io accetto secondo cui p’
    • ma allora o si ripresenta il problema di prima ( punto 4) o si cade in un regresso;
    • il regresso non è sostenibile perchè implica che quello che intendiamo con un qualsiasi proferimento sia una proposizione infinitamente complessa che non possiamo né esprimere né capire.

A mio avviso l’argomento è problematico per almeno diversi motivi:

A) en passant: che cosa è “la forma di un fatto”?

B) nel recente dibattito filosofia del linguaggio per “relativismo” si è più o meno inteso (anche se infuria in discreto casino classificatorio) la tesi secondo cui uno stesso proferimento può essere valutato correttamente in maniere diverse pur esprimendo sempre la stessa proposizione; ciò non comporta che per il relativista se si proferisce ‘p’ si esprima ‘relativamente a T, p’ (semmai il contestualismo si avvicina di più a questa posizione). Non riesco quindi a capire il passo 2 dell’argomento; che relazione c’è tra il relativismo di Rorty è questo relativismo?

C) inoltre anche se il passo 2 fosse vero, non capisco il passo 5: perché la relatività di primo ordine di ‘p’ deve comportare una relatività di secondo ordine che fa scattare il regresso: se usiamo il bagaglio tecnico di filosofia del linguaggio che i relativisti sulla verità come John MacFarlane hanno usato qualunque cosa esprime il proferimento di ‘p’ ciò che proferisce, nel relativismo standard, non è a sua volta relativo, una simile posizione mi sembra sia più simile al relativismo sul contenuto (cioè che un proferimento esprime è relativo all’interprete, una tesi esplorata ad esempio da Herman Cappelen), ma anche usando questa tesi non capisco perché parta il regresso: se teniamo fisso il soggetto (più tempo, posto ecc..) che accetta la teoria il contenuto rimane lo stesso. Insomma mi sembra vi sia un non sequitur: dalla tesi che la verità che p (o dal fatto che p se usiamo ‘fatto’ come ‘proposizione vera’) è relativa non mi sembra che vi sia alcuna necessità di inferire che questa stessa relatività è relativa. Credo quindi che una volta che si sia accettato che per il relativista ‘p’ non esprime ‘relativamente a T, p’; il dilemma scompaia.

D) Ci sono ragioni specifiche per relativismo globale per cui ‘p’ debba sempre esprimere questo? Ovviamente la motivazione filosofica di fondo è che dato che questo relativismo è globale si applica tutto. Ma cosa significa esattamente questo? Se usiamo ad esempio una certa semantica relativista per ogni area del discorso non è sufficiente questo a rendere giustizia alla tesi del relativismo globale? In fondo questo comporterebbe che tutti i proferimenti possibili fatti in un certo linguaggio sono soggetti relatività (assessment-sensitive come dice MacFarlane) e quindi i fatti descritti da essi sono relativi. Sembra che Boghossian, anche se implicitamente dato che non discute il modo in cui collegare la tesi metafisica del relativismo a quella di filosofia del linguaggio, sarebbe propenso a dire che anche i proferimenti fatti nella metateoria sono assessment-sensisitive, ma è davvero necessario per il relativista globale dire questo?

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7 Risposte to “Chi ha paura del relativismo? Il caso dell’auto-confutazione”

  1. giuliano torrengo said

    (A) Se si accetta che le proposizioni abbiano una struttura e dei costituenti, e che alle proposizioni vere rappresentino in qualche modo fatti (e a fortiori se sono fatti), non mi sembra difficile immaginare qualche definizione di ‘forma di un fatto’ che accontenti tutti (modulo preventivo accordo su quali siano i “costituenti logici” delle proposizioni). Nel caso specifico, metti che la proposizione espressa da un proferimento di ‘p’ abbia una qualche forma, e chiamala ‘[fatto]’ e metti che si sia d’accordo che ‘secondo la teoria T’ contribuisca alla forma la forma di una proposizione un certo cosituente complesso e chiamalo ‘[ …T… ]’. La proposizione espressa da un proferimento da ‘Secondo la teoria T, p’ avrebbe la forma [[ …T… ] R [fatto]]. Dove ‘R’ è una qualche relazione. E la stessa forma avrebbe il fatto corrispondente.

    (B) Forse un modo caritatevole di intendere (2) è il seguente. Un proferimento di ‘p’ non esprime una proposizione con la forma [[ …T… ] R [fatto]], ma esprime una proposizione dalla forma [fatto]. Stando al relativismo lobale, però, una proposizione dalla forma [fatto] va valutata rispetto ad una certa teoria – e ogni teoria restituice valutazioni potenzialmente diverse, per quanto siano tutte corrette. Se qualcuno S proferisce (sinceramente) ‘p’ intende, implicitamente, valutare una proposione dalla forma [fatto] rispetto alla “sua” teoria T, e intende dire che tale proposizione con la forma [fatto] è una proposizione vera. Ma se è vera nella valutazione di S, allora anche una proposizione dalla forma [[ …T… ] R [fatto]] non può che essere vera. Ed è dunque un fatto che stando alla teoria T, p. In un certo senso, il proferimento (sincero) di ‘p’ implica l’assenso alla verità di una proposizione dalla forma [[ …T… ] R [fatto]] – quantomeno se ci pensiamo un minimo sopra.

    (C) Se si legge la relazione fra [fatto] e [[ …T… ] R [fatto]] in questi termini, forse anche il passo 5 diventa più accettabile. Se ogni volta che dico p, do il mio assenso alla verità di una proposizione dalla forma [[ …T… ] R [fatto]], e non credo che esistano fatti assoluti, allora non posso, nell’asserire ‘p’, intendere che è semplicemente un fatto che una certa proposizione dalla forma [[ …T… ] R [fatto]] è vera. Se è vera, lo è rispetto ad una certa teoria, e quindi si darà il caso che una certa proposizione dalla forma [ […T*…] R’ [[ …T… ] R [fatto]] ] sia vera. Ma se è vera… e così via.
    Non so se questo conti come un regresso vizioso. Soprattuto non sono convinto che per capire un proferimento di ‘p’ debba ingaggiarmi in tutto il ragionamento. Ma mi sembra che, se si mettono le cose in questo modo, il regresso ci sia.

  2. Grazie Giuliano per i suggerimenti.

    Su (B) Credo che la tua lettura caritevole sia interessate,ma che non rispecchi ciò che intende Boghossian egli infatti dici che

    If our factual judgments are to have any prospect of being true, we must not construe utterances of the form “p” as expressing the claim p but rather as expressing the claim According to a theory T, that we accept,p

    ( Fear of Knowledge p.52).

    Su (C): è l’impegno ad accettare la verità di una proposizione infinitamente complessa una confutazione della tesi relativistica? Se è solo l’impegno e questa proposizione infinita non è parte costitutiva per contenuto dell’asserzione che p, non sembra che questo fatto comprometta la comprensibilità e espressibilità dell’asserzione che .

    Curiosamente il template dell’argomento che hai ricostruito può essere riprosto, praticamente pari, contro la tesi che ogni verità à conoscibile:

    Se ogni volta che dico p, do il mio assenso alla verità di una proposizione dalla forma [[ …Io so… ] R [fatto]], e non credo che esistano fatti inconoscibili, allora non posso, nell’asserire ‘p’, intendere che è semplicemente un fatto che una certa proposizione dalla forma [[ …Io so… ] R [fatto]] è vera. Se è vera, so anche che lo è, e quindi si darà il caso che una certa proposizione dalla forma [ […Io so…] R’ [[ …Io so… ] R [fatto]] ] sia vera. Ma se è vera… e così via.

    Un agente razionale che crede che ogni verità sia conoscibile sarebbe quindi vittima di un regresso, ma non credo che questo regresso sia vizioso: sarà anche impegnato ad accettare un proposizione infinitamente complessa, vuol dire questo che l’impegno ad accettare una simile cosa rende la sua teoria la sua asserzione che p non comprensibile?

  3. Annalisa Coliva said

    Sono stanca morta. Dico solo 2 brevissime cose.

    1) Il presupposto di Boghossian e’ che il relativista debba rifiutare i fatti assoluti. Quindi, dal punto di vista del relativista, quando si asserisce “P” si sta (ancorche’ implicitamente) asserendo “Secondo la teoria T che io accetto, P”.

    2) Boghossian, nell’articolo nel volume collettaneo edito da Patrick & Co sul relativismo ritiene di aver confutato la plausibilita’ del relativismo alla MacFarlane. Non ho sotto mano l’articolo, ma forse ti puo’ essere utile dargli un’occhiata.
    Insomma, “Fear of knowledge”, e’ un libro (semi-)introduttivo, in cui l’opzione McFarlane semplicemente non viene presa in considerazione. Non credo gliene si possa fare una colpa. Magari avrebbe potuto essere piu’ esplicito, ma tant’e’.

    3) MacFarlane e’ un relativista sulla verita’ (e altro, ma qui non importano i future contingent, ecc.). Il relativismo di cui si occupa B. e’ solo quello sui fatti e quello epistemico.
    Ovviamente si puo’ discutere se la linea di demarcazione tra questi vari relativismi sia netta, ma non e’ chiaro che non lo sia. Se lo e’, dirgli che non ha considerato McF. non e’ pertinente.

    4)Il relativismo epistemico di Rorty e’ quello con cui B. se la prende ed e’ ovvio che questo non abbia nulla, ma dico davvero nulla, a che fare con McFarlane.
    Questo relativismo rortyano ha a che vedere con la natura delle prassi epistemiche che si mettono in atto per dire che si sa che P. L’idea di fondo, di rorty, intendo, e’ che potrebbero essercene di diverse, incompatibili e *ugualmente palusibili*.
    Questo e’ un punto sulla natura della prassi epistemica stessa, diverso dal punto di che cosa starebbero facendo i parlanti che dessero verdetti opposti su “P” , dando per scontato che pronuncino i loro verdetti dall’interno di pratiche epistemiche radicalmetne incompatibili e ugualmente plausibili (McFarlane).

    Quindi, di cose alla fine ne ho dette 4 e non 2. But I’ve been carried away…

    Morale: ai fini della recensione, distingui bene Bogho da McFarlane e se hai tempo guarda il paper di Bogho nel volume di OUP. Bogho puo’ avere torto, ma bisogna riconoscerli che sta parlando di qualcosa che forse non c’entra (molto) con quello di cui parla McF.

  4. Seba,

    per rimediare all’offesa precedente, ecco un piccolo commento su questo pappone relativista che hai postato.

    Sono d’accordo con te che Bogho sta probabilmente attaccando uno spaventapasseri (o un mulino a vento). Ma anche considerando la posizione globale pazza che vuole attaccare, non capisco il suo argomento (audacemente, scelgo quindi di attaccare l’ultimo passo dell’argomento nella tua ricostruzione — guarda che mi fido, ché non ho ancora avuto il piacere di leggermi il libro nella traduzione aulica dell’Annalisa). La posizione dice che il *fatto* che p consiste nel fatto che secondo una certa teoria p. Questo non significa che per capire ‘p’ uno deve capire ‘Secondo una certa teoria p’. Semplicemente non segue, sorry for Bogho! Se ci pensi è come se stesse cercando di argomentare contro la tesi che l’universo è infinitamente complesso — la tesi è probabilmente empiricamente falsa, ma nessuno prima di Bogho si era mai sognato che fosse confutabile accusandola di regresso vizioso!

    Ancora più audacemente, anche la tesi da manicomio che in realtà non solo i fatti, ma anche le proposizioni che comprendiamo sono infinitamente lunghe non mi sembra facilmente confutabile. Dopo tutto, a me sembra di capire la proposizione infinitamente lunga:

    (O) 0 è un numero naturale, 1 è un numero naturale, 2 è un numero naturale…

    Perché ci dovrebbero essere problemi particolari con:

    (O*) p, e ciò semplicemente secondo la teoria 0, e ciò semplicemente secondo la teoria 1, e ciò semplicemente secondo la teoria 2…

    Ovviamente, l’argomento di Bogho dipende qui anche dall’assumere che le proposizioni siano in qualche modo isomorfiche a enunciati, per cui abbia senso dire che sono finitamente o infinitamente lunghe (p. es. se uno pensa a loro come insiemi di mondi possibili tutto ciò non ha senso ed è un “errore di categoria”). Ma lascio a te attaccare l’argomento su quest’ultimo punto!

  5. Fabrizio said

    Saluti a tutti

    Un’osservazione sulla posizione di Rorty che puo gettare un po di luce sulla portata degli argomenti di Boghossian
    Non e’ corretto in base ad una qualsiasi lettura seria di Rorty attribuirgli la tesi dell’ ‘uguale validita’. Concordo con Boghossian che il relativismo radicale, quelle che fa paura, si incentra su questa tesi. La posizione di Rorty e’ pero quella di un etnocentrismo metodologico, ovvero, per ogni asserzione si deve chiedere in base a quali criteri di validita’ normativa questa venga sostenuta. Quale insiemi di criteri, quale prspettiva, di validita normativa potrebbe mai giustificare la tesi dell’uguale validita’ di asserzioni o, infatti, sistemi normativi contrastanti? Soltanto una prospettiva da nessun luogo, quella prospettiva che Rorty, insieme a molti altri anti-fondazionalisti, scartano in partenza. In base all’etnocentrismo metodologico di Rorty, vi e’ un senso preciso in cui non e’ vero che due asserzioni contrastanti possano essere ugualmente valide, e’ il senso che conferiscono i nostri standard normativi di base. Ora se le critiche di Boghossian sono facilmente efficaci contro il relativismo o costruttivismo radicale, non hanno alcuna forza contro un anti-fondazionalismo alla Rorty che riconosce l’ineviatbile circolarita delle nostre giustificazioni ultime, anche quelle delle pratiche percettive e scientifiche che Boghossian giustamente difende e su cui vi un’ampia condivisione, di fatto, tra gli esseri umani. Mi sembra anzi che la posizione di Boghossian sfiori quella di Rorty, la quale si basa, al contrario della tesi relativista descritta da Boghossian, sul rifiuto dell’idea che [cito] ‘non vi e’ alcuna nozione interessanti di giustificazione ce ci permette di giustiificare una forma di ragionamento per mezzo di quella stesaa forma di ragionamento’. Per Rorty, non e’ assolutamente vero che ogni asserzione del tipo ‘il Copernicanesimo e’ giustificato dalle osservazoni di Galileo’ sono destinate ad essere false perche non vi e’ alcuno fatto giustificatorio assoluto. La prospettiva di questi giudizi relativist di falsita e’ infatti la stessa prospettiva metafisica che Rorty rifiuta per i nostri sistemi normativi etnocentrici (meaning=inevitabilemnte circolari) In base a questi sistemi normativi etnocentrici, i soli di cui potremmo mai disporre, vi un senso preciso in cui asserzioni del tipo ‘il Copernicanesimo e’ giustificato dalle osservazoni di Galileo’ non possono che essere vere. Il riconoscimento del blind entitlement centrale alla risoluzione del paradosso del relativismo di Boghossian e’ al centro della posizione Rortyana, cosi come ovviamente e’ l’approccio pragmatista che caratterizza la risoluzione di Boghossian.

    La posizione di Boghossian risuona di un certo oggettivismo soltanto perche ci concentra sulla dimensione percettiva e sulle pratiche scientifiche, la cui universalita’ ha basi biologiche, appena si entra in campo etico e morale allora possiamo avvertire e apprezzare piu chiaramente la portata etica/morale del pluralismo, e, da un punto di visto epistemologico come sia cruciale distinguere tra universalita in senso di terreno di giustificazione universale per i nostri giudizi normativi, e universalita come ambito di applicazione dei nostri giudizi normativi. Questa distinzione e’ cruciale per capire la plausibilita epistemica dell’anti-fondazionalismo, ed apprezzare cosa c’e’ di corretto nella tesi protaogreana dell’umo e la misura di tutte le cose. Queste comunque ci porterebbe ad aprire un’altro thread.

    saluti

  6. Fabrizio Cariani said

    Fabrizio,

    mi sa che io e te siamo (assieme ai due ‘Luca’) gli unici omonimi fra i contributors del blog (cosa abbastanza inusuale per gente con il nostro nome!). Forse conviene distinguerci mediante le iniziali del cognome!

    Un commento veloce sul punto di Annalisa piu’ sopra: per come Sebatiano ha impostato la questione (in particolare data l’assunzione dell’equivalenza Fatti=Proposizioni Vere), mi sembra molto difficile separare il relativismo alla MacFarlane dal relativismo sui fatti–anche se sono d’accordo con te che entrambi vanno distinti dal relativismo “epistemico” (qualsiasi cosa questo significhi…), e che probabilmente vi sono varianti di relativismo sui fatti che non accettano l’equivalenza in questione.

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