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Argomenti su Forma Logica e Esistenza

Posted by giulianotorrengo su febbraio 10, 2007

Leggendo un paper di Simon Keller sul presentismo, (“Presentism and Truthmaking”, Oxford Studies in Metaphysics 2004) mi sono imbattuto nel seguente argomento. Keller sta criticando una possibile (per quanto un po’ disperata) soluzione del problema che si pone al presentista di spiegare il contenuto delle sue asserzioni quando riguardano oggetti passati. Per il presentista esistono (nel senso più ampio del termine, senza restizioni alcuna sulla quantificazione) solo le entità presenti. Quando il presentista dice

(1) La Torre di Londra è sulla rive del Tamigi

attribuisce una relazione fra due entità presenti – e fin qui nessun problema. Ma quando il presentista dice

(2) Anna Bolena è stata rinchiusa nella Torre di Londra

sta atribuendo una relazione fra una entità che esite nel presente, e quindi esiste tout court, ed una entità che è esistita nel passato, e che quindi non esiste affatto. Ma sembrerebbe che Anna Bolena debba esistere per rendere (2) vero. In fondo (2) attribuisce una relazione (non intenzionale, per giunta) fra due entità, e in genere ci aspettiamo che se un enunciato siffatto esprime qualcosa di vero, allora le due entità esistano. Una delle possibili risposte del presentista è che – nonostante le apparenze – questo secondo enunciato non sia relazionale, ma esprima un’attribuzione di una proprietà alla Torre di Londra, una proprietà che non implica che Anna Bolena debba esistere perché l’enunciato esprima qualcosa di vero. Keller liquida questa soluzione come assurda con la seguente glossa:

“To make this claim, however, is to say that the question of how a sentence should be analyzed sometimes depends upon contingent questions about what exists.” (p.13)

Ora, a me sembra che in certi contesti di discussione (o date certe assunzioni, se preferite) il controargomento di Keller vada a segno. Ma che non sia generalmente applicabile. In fondo, non mi sembrerebbe giusto liquidare qualcuno che propone un’analisi di “Topolino ama Minnie” o “Il mio cane assomiglia a Pluto” come aventi una forma logica diversa da “Michele ama Giovanna” o “Il mio cane assomiglia al tuo” solo sulla base di un’osservazione simile. Qualche idea su quali siano (se ci sono) le condizioni generali in cui un’argomento come quello di Keller possa essere applicato?

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17 Risposte to “Argomenti su Forma Logica e Esistenza”

  1. eliazardini said

    Non capisco l’argomento di Keller. Avrei pensato che il presentista interpreta un enunciato come (2) nel modo seguente:

    (2*) È stato il caso che (Anna Bolena è rinchiusa nella Torre di Londra)

    così come ogni altro enunciato della stessa forma. Non è che dia un’analisi diversa per:

    (3) Elia è stato a Praga

    anche se in questo caso (per fortuna) tutti e due gli oggetti esistono ancora. Keller ha dunque torto a pensare che l’analisi della forma logica dipenda secondo il presentista dall’esistenza degli oggetti rilevanti.

    Trovo inoltre fuorviante parlare di “analisi”. Il presentista non ha nessun bisogno di presentare le sue traduzioni come restituenti il vero significato degli enunciati di un linguaggio naturale–il presentismo è una teoria metafisica, non linguistica. Il punto delle traduzioni è di mostrare cosa il presentista accetta quando accetta enunciati come (2) o (3).

    Sarei poi interessato a sapere se Keller si vede costretto dai suoi astuti argomenti a negare l’aritmetica elementare data l’esistenza di enunciati presumibilmente veri come:

    (4) Il più grande numero naturale è una vaccata ancora più grande del più grande numero primo.

    Elia

    PS Come fa il tuo cane ad assomigliare a Pluto?!

  2. Capisco il punto di Elia sulla inappropriatezza dell’analisi della forma logica di (2).

    Ma se (2) viene analizzato come (2*), in che senso ciò non pone un problema per il presentista? Forse l’idea che è che l’operatore ‘è stato il caso che’ può rendere veri frasi facenti riferimento a oggetti inesistenti?

    Seba

  3. francescaboccuni said

    Notoriamente, non so un beato nulla di presentismo e compagnia, ma un’idea molto (moooolto) vaga, rispetto ad una questione molto (mooolto) piccola, ce l’avrei. Naturalmente, non sarà rilevante per la discussione.

    La questione di rimandare alla forma logica degli enunciati del linguaggio naturale per svelare l’ontologia verso cui ci si impegna asserendo quegli enunciati, da sempre, mi sembra piuttosto scivolosa. Basti pensare all’analisi freghiana degli enunciati del genere “Giove ha quattro lune”.

    Io credo, sinceramente, non solo che la forma logica degli enunciati del linguaggio naturale non sveli una mazza DELLA ontologia soggiacente, fosse solo per il fatto che in molti casi non esiste LA forma logica, ma anche (e questo, lo dico relativamente ai linguaggi formali) che la forma logica (quindi la presentazione della sintassi) non sia prioritaria rispetto al Dominio di entità che si vuole descrivere. Credo sia un po’ la fola che gira nei corsi di logica per absolute beginners, quella secondo cui prima si presenta un linguaggio formale e poi, miracolosamente, si scopre che esso serve a descrivere un certo Universo di Discorso. Più spesso, secondo me, si ha già in mente ben chiaro (o quasi) che genere di Dominio si vuole descrivere e poi si procede ad una opportuna formalizzazione. Ciò detto, poi, ci sono interessanti sorprese, come i paradossi o l’incompletezza, che rendono tutto un po’ più sexy. Mi rendo conto, però, che queste considerazioni riguardano evidentemente una certa prassi.

    Naturalmente, come al solito, la faccenda con il linguaggio naturale diventa più perniciosa, tanto che appellarsi alla forma logica per risolvere un problema quale quello rappresentato dall’enunciato (2) per il presentista può risultare nell’insorgenza di un problema più grosso. Penso, ad esempio, al fatto di analizzare un enunciato del linguaggio naturale quale

    (5) Giulio Cesare è il numero 1

    come un enunciato di identità (cosa che serve a Frege per continuare ad asserire che il numero 1 è un oggetto). Quest’analisi fa sì che poi Frege si prenda in casa le estensioni, cosa che non solo non risolve il problema di Giulio Cesare (perché lo ripropone pari pari relativamente alle estensioni e alla Legge V), ma fa schiantare il sistema dei Grundgesetze nel té delle cinque di Bertrand Russell.

    Quindi, per dire la mia boiata domenicale, mr. Keller ha in qualche modo torto: la forma logica (che si propone) degli enunciati, in alcuni casi, dipende esattamente da ciò che esiste, o meglio da ciò che si ritiene debba esistere, affinché il proprio quadro teorico generale funzioni (di nuovo, il mio adorato Frege e gli enunciati sortalmente misti quali “Giove ha quattro lune”). L’importante è, appunto, che il quadro teorico generale poi funzioni.

    Non so, magari un presentista potrebbe avere qualche problema in più con enunciati evidentemente veri, ma in cui tutti i termini singolari non si riferiscano ad entità esistenti nel presente, come ad esempio

    (6) Anna Bolena è stata rinchiusa in casa di Gianni e Pinotto,

    dove è un dato storico che (i) l’enunciato (6) descrive un evento realmente verificatosi; (ii) la casa di Gianni e Pinotto è stata rasa al suolo subito dopo che Anna Bolena è stata da lì trasferita alla Torre di Londra. O forse io non ho capito niente.

    Il presentista di Keller accetterebbe di analizzare come (2), cioè come attribuzione di una proprietà monadica, anche un enunciato del tipo

    (7) Mia cugina Anna è stata rinchiusa nella Torre di Londra,

    dove mia cugina è ancora viva e, per un caso fortuito, la settimana scorsa è rimasta un paio d’ore chiusa nella Torre di Londra, dopo l’orario di chiusura?

  4. Vittorio Morato said

    Premetto che la proprietà che il presentista alla Keller dovrebbe usare,
    ossia, “l’esservi stata Anna Bolena rinchiusa” mi fa orrore (nel senso
    che trovo assai difficile giustificare la sua sua generalità).

    Nel caso dell’enunciato in questione, la mossa standard mi sembra quella
    segnalata da Elia che permette al presentista intanto di non inferire “Esiste (ora) Anna Bolena” (e nemmeno “Esiste (ora) la Torre di Londra”) senza postulare un trattamento _ad hoc_ della forma logica di enunciati contenenti nomi propri di oggetti passati (anche in questo caso, comunque, rimangono una marea di problemi ontologici).

    E’ vero che quando uno cerca di attribuire una certa forma logica ad un
    enunciato del linguaggio naturale lo fa sempre con un occhio a questioni
    ontologiche e metafisiche (e, nel caso dei linguaggi formali, come
    giustamente dice Francesca, con un occhio a quella che sarà
    l’interpretazione intesa), questa strategia, però, dovrebbe dare luogo,
    mi sembra, ad una attribuzione *sistematica* di forme logiche: ad
    esempio, se penso che Pegaso non esista e tratto “Pegaso” come una
    descrizione definita di un qualche tipo, poi, forse, dovrei essere
    impegnato a sostenere che *tutti* i nomi propri debbano ricevere un
    trattamento simile.

    Forse quello che Keller voleva segnalare (o avrebbe dovuto segnalare) è
    l’asimmetria della posizione del suo presentista: da una parte (nel
    caso, ad esempio, che Mario e Luigi siano oggetti esistenti nel
    presente, allora “Mario ammira Luigi” è una relazione genuina tra due
    oggetti, dall’altra (visto che Aristotele non esiste nel presente)
    “Mario ammira Aristotele” non lo è. Quello che dovrebbe cambiare, col
    passare del tempo, è l’interpretazione di tali enunciati, non la forma
    logica.

    Domandina: come tratterebbe il presentista menzionato da Keller un
    enunciato come “Aristotele è identico ad Aristotele” (interpretato al
    presente)?

  5. francescaboccuni said

    Ma, infatti, secondo me il presentista di Keller dovrebbe mandare giù il rospo (se è poi tale) di limitarsi ad avere un linguaggio monadico, cosa che di per sé non è raccapricciante. Solo che la giustificazione di un tale linguaggio e quindi della sola esistenza di proprietà monadiche è un po’ ad hoc. Pensandoci nei fumi del sonno, mi son detta che una soluzione del genere però ti porta come conseguenza il fatto di vedere aumentate a dismisura le proprietà.
    Poniamo di avere un Dominio in cui ci siano due individui: Gianni e Pinotto; e di voler rendere conto di enunciati quali “a ama b”. Le combinazioni possibili sono, evidentemente due (non ci sono connettivi): “Gianni ama Pinotto” e “Pinotto ama Gianni”.
    Bene, se in una lettura relazionale avremmo due individui ed una relazione, nella lettura assai forzata del presentista di Keller (che, ricordiamo, deve dare una lettura monadica uniforme degli enunciati) avremo due individui e due proprietà monadiche: amare Gianni e amare Pinotto.
    A parte l’orrore, mi pare anche un po’ antieconomico…

  6. giuliano torrengo said

    La domanda posta da Keller è: che cosa rende vero proposizioni expresse da enunciati come (2)? Il grattacapo del presentista è che, quale che sia la risposta, questa non deve implicare l’esisistenza di Anna Bolena. (Metto da parte la “soluzione” radicale: non occorre dare una risposta, le proposizinoin non sono rese vere da nulla). Il presentista che accetta la traduzione di

    (2) Anna Bolena è stata rinchiusa nella Torre di Londra

    come

    (2*) È stato il caso che (Anna Bolena è rinchiusa nella Torre di Londra)

    deve comunque dare ancora una spiegazione di cosa deve esistere perché (2*), e quindi (2), sia vero. Probabilmente, per il presentista, perché (2*) sia vero devono esistere tempi-ersatz. Siccome i tempi-ersatz esistono, esistono ora per il presentista, e quindi Anna Bolena non può essere “parte” di nessun tempo-ersatz. Se i tempi-ersatz sono insiemi massimali di proposizioni, probabilmente uno dei costituenti dei tempi-ersatz che rendono vero (2) è l’essenza individuale non attualizzata di Anna Bolena o qualcosa del genere. O forse non occorre che Anna Bolena esita perché una proposizione “su” di lei sia vera. In ogni caso, c’è un prezzo da pagare che – in termini di economia ontologica – non sembra molto meglio che non semplicemente accettare che Anna Bolena esiste, anche se non esiste al tempo presente. Keller si chiede dunque se parafrasando (2) come un enunciato monadico le cose possano andare meglio per il presentista.

    Per quanto riguarda la necessità di avere parafrasi sistematiche, il punto è proprio questo? Perché è così, o ci sembra che deve essere così – almeno in alcuni casi? Se il presentista sta solo esplicitando che cosa intende dire quando dice qualcosa come (2), allora perché l’asimmetria fra (2) e (3) costituisce un problema? Capisco che la sua teoria sia meno elegante di altre, che traducono con più sistematicità gli enunciati relazionali. Ma l’eleganza di una teoria può non essere un fattore così rilevante per la sua “accettabilità”. E il presentista potrebbe dire che visto che stiamo parlando di cosa esiste piuttosto che di strutture matematiche, l’eleganza della teoria non viene certo al primo posto.

  7. francescaboccuni said

    Beh, più che altro, mi sembra che avere due pesi e due misure riguardo alla forma logica di enunciati di un medesimo linguaggio sia, almeno in questo caso, una mossa DECISAMENTE ad hoc. In sostanza, sembra che il presentista di Keller non sia in grado di fornire una giustificazione per leggere enunciati come (2) come enunciati con predicazione monadica, se non il fatto che, se non lo fa, si mette nelle peste (o almeno, che quella è l’unica soluzione che ha trovato al problema di dare una lettura di (2) che non implichi l’impegno nei confronti di un’entità espunta dal novero degli esseri viventi nel 1536). L’eleganza non credo che c’entri, almeno se ho capito il punto della faccenda.
    Secondo me, per altro rimane ad hoc anche l’idea di trattare tutti gli enunciati relazionali di un linguaggio come esprimenti una predicazione monadica, nel caso del problema del presentista.

  8. eliazardini said

    Mi sembra un po’ scorretto bollare il rifiuto di accettare in modo irristretto il principio:

    (TM) Se un enunciato è vero c’è qualcosa che lo rende vero

    come radicale. Non molti pensano che ci debba essere un oggetto che renda vero ‘Elia è italiano’, o che ci sia un oggetto che renda vero ‘Non ci sono unicorni’, o che ci sia un oggetto che renda vero ‘Piove o non piove’, tanto per menzionare alcuni classici della letteratura.

    Comunque, il presentista mi sembra possa per amore della discussione accettare lo spirito se non la lettera di (TM) riformulandolo in modo seguente:

    (TM*) Se un enunciato è vero c’è qualcosa che lo rende vero, o c’è stato qualcosa che lo ha reso vero, o ci sarà qualcosa che lo renderà vero.

    Riguardo a ‘Aristotele è Aristotele’ non mi sembra implausibile dire che è falso, dato che Aristotele non esiste (cf ‘Pegaso è Pegaso’). Se uno invece ha la forte intuizione che l’enunciato sia comunque vero, non è un problema dare una semantica che lo rende tale (positive free logic, specialmente la versione supervalutazionistica piuttosto che quella con inner e outer domains). E se uno vuole avere un “fattore di verità” per esso, il presentista può appellarsi ancora a (TM*) e dire che il fattore è stato Aristotele.

  9. giuliano torrengo said

    Rifiutare in modo non ristretto (TM) non è radicale, ma rifiutarlo per un enunciato contingente e vertente su oggetti “concreti” come (2) mi sembra lo sia.

    Proporre (TM*) mi sembra una mossa sensata per il/la presentista. Nel contempo, deve trovare qualche storia un po’ più complicata da raccontare sul rapporto fra il tempo in cui un enunciato esprime qualcosa di vero e il tempo in cui il fattore di verità esiste, visto che (2) è vero ora, ma Anna Bolena non esiste ora, e questo vale in generale (anche per ‘Aristotele è Aristotele’ se si concede – come a me sembra giusto fare almeno in prima battuta – che sia vero).

    P.S. Avevo davvero un cane che assomigliava a Pluto!

  10. Anche per enunciati contingenti vertenti su oggetti concreti non mi sembra radicale rifiutarsi di accettare che ci sia un oggetto che rende vero ‘Elia è italiano’ o ‘Elia è più bello di George Clooney’.

    L’idea dietro a (TM*) è che la verità presente di (2) richiede non che un fattore di verità esiste presentemente, ma che sia esistito. Questo sembra plausibile per il presentista, dato che data la sua “big picture” (non esiste una realtà eterna e stabile) è naturale aspettarsi che fondamentali principi metafisici vengano “tensati” (argh!!!). Assumiamo che sia il fatto che la povera Anna Bolena sia stata rinchiusa nella Torre di Londra da quello sciagurato di Enrico VIII (chiamiamo questo fatto AB). La “relazione” di dipendenza fra AB e (2) è ovviamente per il presentista non una relazione in senso stretto fra due oggetti (dato che uno–AB–non esiste (ora)), ma il fatto che:

    (D) Necessariamente ed eternamente, AB esiste solo se, se ci sarà un futuro, (2) sarà vero per sempre (“in avanti”)

    che è equivalente a:

    (D*) Necessariamente ed eternamente, se AB è esistito, (2) è e sarà vero per sempre (“in avanti”)

    Ovviamente uno può trovare tali connessioni necessarie misteriose, ma questo sembra essere più un problema generale della teoria dei fattori di verità che un problema specifico di questa implementazione di essa da parte del presentista.

    Pensavo che il dibattito su ‘Aristotele è Aristotele’ fosse dal punto di vista del presentista. Da quel punto di vista, come fa ‘Aristotele è Aristotele’ a essere vero? Aristotele manco esiste!

    Ciao,

    Elia

    PS Così il tuo cane non aveva nemmeno la pelliccia?! 😉

  11. Vera Tripodi said

    Ci sono molti aspetti della posizione del presentista che continuano a sfuggirmi.

    Mi chiedo se la posizione del presentista rappresenti fedelmente il modo in cui noi di fatto comprendiamo il tempo passato e gli enunciati che vertono su di esso.

    Ecco i miei dubbi:

    i) Il presentista assume che gli enunciati al passato come 2, se veri, devono esserlo in virtù di qualche traccia presente di eventi passati o invece che gli enunciati come 2 non hanno alcun valore di verità?

    ii) da un punto di vista strettamente metafisico, il presentista è un antirealista sul passato?

    iii) quale nozione di verità il presentista assume?

    iv) se il presentista assume che esistono solo le entità presenti, come spiegare il modo in cui noi comprendiamo e giustifichiamo gli enunciati che vertono sul passato?

    v) potrebbe il presentista accettare l’idea che la verità di un enunciato come 2 possa essere definita completamente a partire per esempio dai nostri ricordi e dalle proprie od altrui testimonianze (disponibili al presente)?

    Ciao,

    Vera

  12. Ciao Vera,

    i) Non mi sembra che il presentista sia costretto ad accettare una delle due opzioni che presenti: per quello che vedo è perfettamente coerente che egli conceda che alcuni enunciati al passato sono determinatamente veri anche se non v’è traccia di ciò al presente. Secondo me uno non vede una terza via perché ha in mente qualcosa come l’argomento dei fattori di verità che abbiamo discusso con Giuliano, ma come ho cercato di argomentare con lui l’argomento non mi sembra forzare il presentista nel dilemma che proponi.

    ii) Se intendi che non accetta il principio di bivalenza, non mi sembra sia costretto a ciò (v. sopra). Se intendi che nega che ci siano oggetti passati, mi sembra di sì (per dirla con Devitt, è un anti-realista ontologico, ma non sembra debba essere per forza anche un anti-realista semantico).

    iii) Dati i) e ii), mi sembra che possa essere neutrale rispetto a verità evidence-transcendent o meno. Mi sembra però sia parte di una decente posizione presentista che il predicato di verità sia fondamentalmente “tensato” (penso però sia almeno logicamente coerente essere presentista e al tempo stesso non ritenere che il predicato di verità sia tensato).

    iv) truth-value link!

    v) Penso che possa, ma non che debba, e francamente non mi sembrerebbe una posizione molto allettante se fossi presentista.

    Ciao,

    Elia

  13. francescaboccuni said

    Ciao.
    A proposito di (v), il presentista, credo, potrebbe sviluppare quanto dice Vera (ciao, Vera!), o qualcosa di simile, con una teoria descrittivista dei nomi propri, per cui “Anna Bolena” è in verità un insieme (si suppone esaustivo) di descrizioni definite “tensed”. Già che c’è potrebbe poi applicare la stessa semantica descrittivista anche ai nomi di entità esistenti nel tempo presente.
    Un’ipotesi ancora più cattiva potrebbe essere quella per cui “Anna Bolena” abbrevia una serie (esaustiva?!?!?!) di enunciati che esprimono testimonianze presenti (dai libri di storia ai ricordi del nonno del nonno di mio nonno). Però, così la Meschina somiglierebbe impressionantemente ad un’entità fittizia, in odore di incompletezza.

  14. giuliano torrengo said

    Sul fatto della radicalità o meno del rifiuto di (TM). Bhè, non so quanto l’appello alle intuizioni qui abbia spazio. Certo non è radicale rifiutare la tesi “tecnica” che per ogni verità espressa da enunciati contingenti, necessariamente, deve esistere un quache *oggetto* che la rede vera. Ma mi sembra radicale negare che le verità contingenti siano rese vere dalle cose che esistono e dalle proprietà e ralazioni da esse esemplificate – cosa c’è di strano nel dire che non esistono unicorni perché ci sono scimmie, canguri, cavalli, etc. ma non unicorni?

    Detto ciò, sono daccordo che il presentista può ben rifiutarsi di abbracciare una versione tenseless di (TM). Del resto anche per l’eternalista Anna Bolena non deve essere presente, perché (2) sia vero ora – basta che cia sia un momento passato in cui Anna Bolena è stata rinchiusa nella Torre. E anche il presentista può ben dire che tale passato è eisitito, anche se non fa più parte della realtà ora. Il punto, mi sembra, è che il presentista non può trattare Anna Bolena come gli unicorni o una creatura di finzione. Sia gli unicorni che Anna Bolena non esistono per lei, ma non ci sono fatti presenti che rendono vere le verità su Anna – come invece, si può sostenere, ci sono fatti concernenti libri e intenzioni che rendono vere le verità su Pippo e gli unicorni – ci sono solo stati dei fatti che rendono vero, adesso, che Anna è stata rinchiusa (Certo, se si vuole ci sono ora dei past tensed facts, come essere stata rinchiusa nella torre, ma questi sono riducibili a present tensed facts che hanno avuto luogo nel passato). Un presentista che risponda positivamente alle domande (i) e (v) di Vera tratterebbe Anna Bolena come un finzionalista tratta gli unicorni e Pippo – mi sembra (e mi sembra che quello che notava Fra vada in questa direzione).

  15. Anche secondo me il presentista può dire che l’enunciato “Anna Bolena è stata rinchiusa nella Torre” è vero pur ritenendo che non esista al presente Anna Bolena. Questo, però, non implica necessariamente che il presentista debba arrivare a difendere una qualche forma di descrittivismo.

    C’è un senso in cui il presentista può addirittura sostenere che “Anna Bolena è stata rinchiusa nella Torre di Londra” esprime una proposizione singolare.

    Provo a metterla giù in maniera un po’ rozza: ditemi se secondo voi è plausibile.

    Il problema del presentista è tenere insieme una tesi metafisica (non esistono oggetti passati) con una tesi semantica (o una certa metafisica del contenuto, se volete), ossia quella secondo cui enunciati che contengono occorrenze di nomi propri genuini esprimono proposizioni singolari.

    [Per “nome proprio genuino” intendo un nome che è stato introdotto per mezzo di un battesimo che implichi una qualche relazione causale (“Anna Bolena”, quindi, è un nome genuino)].

    Dall’assunzione delle due tesi deriva che tutti gli enunciati in cui compaia un nome proprio genuino di un oggetto passato non esprimono alcuna proposizione e questo, ovviamente, non piace (anche se, secondo me, non è gravissimo).

    A me sembra, però, che qui ci sia un fraintendimento della nozione di proposizione singolare che viene erroneamente comparata alla nozione di stato di cose: la prima, al contrario della seconda, non richiede secondo me che i suoi componenti esistano al presente per esistere tout court.

    Questo perchè, secondo me, il meccanismo che genera una proposizione singolare è un meccanismo semantico ed in particolare gli oggetti che finiscono dentro una proposizione singolare sono lì dentro perchè sono il valore semantico (riferimento) di nomi propri genuini.

    La relazione di riferimento, per essere definita,
    non richiede l’esistenza al presente del secondo termine (l’oggetto a cui il primo termine, il nome, si riferisce): il nome “Anna Bolena” continua ad avere lo stesso valore semantico (e quindi a contribuire con quello alla proposizione singolare espressa dagli enunciati in cui compare) anche se Anna Bolena non esiste più; in questo è simile ad altre relazioni come quella di “essere autore di”: non è che, visto che Boccaccio non esiste al presente, Boccaccio non sia più l’autore del Decameron (l’analogia è di Ernesto Napoli).

  16. Vera Tripodi said

    Caro Vittorio (e car* tutt*),

    la tua spiegazione mi sembra plausibile. A ragione, un presentista potrebbe ritenere che una proposizione come “Anna Bolena è stata rinchiusa nella Torre di Londra” esprima una proposizione singolare. La tesi metafisica proposta dal presentista concernente gli oggetti passati sembra conciliabile con una semantica che tenga ben distinti “stato di cose” e “proposizione singolare”. Tuttavia, anche l’alternativa che vedeva Francesca (…ciao Francesca!) è disponibile e anch’essa non sembra di per sé implausibile.

    Naturalmente, la difendibilità di entrambe le proposte deve essere vagliata.

    C’è un punto che non riesco a mettere a fuoco. Mi rendo conto, come ha sottolineato Elia, che il presentismo sia una teoria metafisica e non linguistica e che un presentista può essere un antirealista ontologico senza dovere necessariamente essere anche un antirealista linguistico.
    Una posizione del genere però, a mio avviso, sembra comunque autorizzarci ad assumere – almeno delle sue forme più radicali – una posizione metafisica molto forte sulla realtà: solo il presente è reale, il passato non esiste.

    Questa tesi sulla realtà mi convince poco. Dato che la realtà (ciò che c’è) cambia in continuazione, tale idea mi sembra radicalmente anche negare la tesi secondo cui un enunciato è vero se vi è qualcosa che lo rende tale.

    Se questa posizione porta a una relativizzazione del predicato “è vero” sia al tempo in cui un enunciato viene proferito sia al tempo in cui tale enunciato viene valutato come vero, allora il punto per me problematico diventa il seguente: siamo disposti ad accettare che il senso del predicato “è vero” possa cambiare con il tempo? C’è qualcosa che mi sfugge…

    Un caro saluto,
    Vera

    P.S. …ciao Giuliano!

  17. Beppe Spolaore said

    Caro Giuliano,
    intervengo con abominevole ritardo per segnalarti una cosetta che forse troverai interessante. Amie Thomasson propone un’obiezione del tutto analoga a quella di Keller, ma contro parafrasi eliminativiste rispetto ai personaggi fittizi. Thomasson dice: “It always seems bad policy in a philosophy of language to offer different analysis of sentences of the same type, occurring in the same sort of context, just on the basis of the types of object they are purportedly about.” (Fiction and Metaphysics: 99). Poi prosegue citando esempi di enunciati che solo in base ad una “bad policy” dovrebbero ricevere analisi diverse. Ebbene, fra questi esempi vi è la coppia
    (a) The Old Norh Church was created in 1723
    (b) Sherlock Holmes was created in 1887.
    La precisazione “in the same sort of context” si deve al fatto che Thomasson tratterebbe in modo disanalogo la coppia
    (c) Michele ama Giovanna
    (d) Topolino ama Minnie
    perché, nei casi standard in cui il parlante non crede alle storie disneyane, non sono proferiti nello stesso tipo di contesto: (d) è proferito in un contesto fittizio (o finzionale, ossia è proferito nel corso di un gioco di far finta in cui si fa – grossomodo – come se le storie di Disney fossero vere); (c) non è proferito in un contesto fittizio. Così, Thomasson parafraserebbe il secondo come “Secondo le storie tal dei tali, Topolino ama Minnie”. Per Thomasson, invece, non c’è nessuna simile differenza di contesto tra i casi (a) e (b).
    A questo punto dovresti interrogare le tue intuizioni sul caso dei personaggi fittizi: se sei disposto a sostenere che (a) e (b) meritano lo stesso tipo di analisi (al posto di (a) puoi, se vuoi, considerare: (e) A Study in Scarlet was created in 1887) ma (c) e (d) no, probabilmente concordi con Thomasson sul rilevo della differenza di “contesto” (in un senso non rigoroso ma abbastanza chiaro del termine “contesto”).
    Altrimenti, devi cercare altrove il motivo della tua intuizione sulla differenza tra il caso del presentista e quello dei personaggi fittizi.
    By the way, alla citazione di Thomasson e all’obiezione di Keller risponderei un po’ come Elia ha fatto sopra, ossia direi che le parafrasi del metafisico non sono soggette a vincoli di uniformità e generalità nella misura in cui lo sono le analisi del filosofo del linguaggio o del semanticista.
    Ciao e a presto.

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