Matematica e Fenomenologia
Sto recensendo il libro di Richard Tieszen “Phenomenology, Logic, and the Philosophy of Mathematics”, cercando (con molta difficoltà) di comprendere il punto di vista fenomenologico (o almeno l’interpretazione che ne dà Tieszen) rispetto al contributo che questo può dare alla filosofia della matematica.
Tieszen dice esplicitamente di rifarsi a Husserl, in particolare agli scritti del secondo e terzo periodo, e dovendo scegliere, del terzo (non commento sulla periodizzazione del pensiero di Husserl adottata da Tieszen), per essere espliciti gli scritti dal 1900 in poi: Logical Investigations, Ideas
La prima generica impressione che ho avuto leggendo il libro (una raccolta di 15 articoli e recensioni dello stesso Tieszen) è che la la fenomenologia di Husserl sia, nell’uso che ne fa Tieszen, una specie di pietra filosofale, almeno in filosofia della matematica: risolve i problemi del platonismo, nominalismo, fictionalism, ecc., è compatibile sia con un approccio di tipo realista che con un approccio intuizionista …
In questo momento ho un problema specifico, può essere anche di comprensione, con il capitolo 3, titolo “Free Variation and the Intuition of Geometric Essences”.
Il tema è quello del ‘metodo’ Husserliano per ‘intuire essenze’ detto ‘Free Variation in imagination’ o ‘Ideation’ o ‘Eidetic reduction’. Dopo aver illustrato il metodo per mezzo di un semplice esempio in geometria euclidea, Tieszen ne dà una descrizione teorica: (p. 71)
(a) one starts with an example or ‘model’
(b) one actively produces and runs through a multiplicity of variations of the example;
(c) one finds that an overlapping coincidence occurs as a ’synthetic unity’ through the formation of the variants
(d) one actively identifies this synthetic unity as an invariant through variations.
Un esempio: considera (le coordinate cartesiane di) punti x su una retta ( ‘x’ è la distanza del punto dall’origine 0) [il modello del punto (a)]. Si considera poi una trasformazione x’=3x che sostituisce 3x ad ogni x (il punto che dista 2 unità dall’origine ora dista 6, il punto che distava 3, ora dista 9 ecc.), questo costituisce un esempio di ‘ree variation’ [applicazione del punto (b)]. Questo trasformazione si può variare (x’=4x, x’=5x, ecc) [altra applicazione del punto (b)] e otteniamo la formula generale della trasformazione, ossia l’equazione x’=ax [e siamo al punto [c]]. Quello che notiamo è che attraverso queste trasformazioni sia l’origine (0) che la direzione non cambiano (per ‘a’ positivo): ossia direzione e origine sono invarianti rispetto al gruppo delle trasformazioni x’=ax (per ‘a’ positivo) [conclusione, punto (c-d)].
(In breve, l’invarianza dell’origine e della direzione è l’essenza che viene intuita tramite l’applicazione del metodo della ‘free variation in imagination’)
Il mio problema sta nel capire quale sia il contributo specifico dell’analisi fenomenologia in quello che a me sembra semplicemente una comune pratica matematica (variare gli esempi, cercare cosa rimane costante, ecc) e non solo.
Tieszen sostiene che l’idea di trovare invarianti rispetto ai gruppi di trasformazioni in geometria si può forse vedere come “specific instance” del metodo della ‘free variation in imagination’. Ma, anche concedendo questo, non riesco a vedere quale sia il vantaggio concettuale che ne consegue (a me sembra solo dare un nome nuovo a un concetto noto). Mi chiedo se c’è qualcosa che mi sfugge.
(Se qualcuno ha un’opinione in merito …)
Quello che semmai andrebbe approfondito (e Tieszen non lo fa) è, secondo me, se a una tale pratica corrisponda davvero un ‘metodo’ (con una specificazione ulteriore di cosa si debba eventualmente intendere per ‘metodo’ in questo e in altri casi)