Car* tutt*,
Pubblicato da vera tripodi su Maggio 17, 2009
Car* tutt*,
Pubblicato su Etica (VarLib) | 5 Commenti »
Pubblicato da Fabrizio Trifiro su Ottobre 12, 2008
CALL FOR PAPERS
Pragmatism & Democracy, special issue of Etica & Politica, 2, 2010. Guest editors: Roberto Frega, Fabrizio Trifirò
Since the early Eighties the pragmatist philosophical tradition has been enjoying renewed interest throughout the field of humanities. Our focus in this issue of Ethics & Politics is on pragmatism as a tradition within contemporary political philosophy capable of offering original and proficuous insights into the theory and practice of democracy. From its inception in the works of its founding fathers up until contemporary reappraisals and reelaborations of traditional pragmatist themes and approaches, the pragmatist tradition has defied every attempt at defining its specific identity. Throughout its historical development it has given voice to a great variety of conflicting positions and perspectives on central issues of democratic theory and practice ranging from the epistemic to the ethical nature of democratic decision-making procedures, from ‘thin’-procedural to ‘thick’-substantial views of the normative scope and content of democracy, and from liberal to communitarian conceptions of democratic life and society. Moreover, while some pragmatists are primarily engaged in the theoretical and foundational project of defining and justifying democratic principles and institutions, others see pragmatism primary contribution to politics as the critical and educational effort of shaping and transforming actual democratic practice and culture.
Devoting an issue to “Pragmatism & Democracy”, the philosophical journal Ethics & Politics would like to offer an overview of contemporary reflections on democracy that can be regarded as falling within the pragmatist tradition with the double intent of both exploring the richness and variety of this tradition whilst at the same time raising the question of its specificity and identity.
To this aim, we invite contributions addressing one or more of the following themes:
1. The contemporary relevance of classical American pragmatism for democratic theory and practice
2. Contemporary pragmatist contributions to the theorization of democracy and political philosophy more generally
3. Pragmatist positions within and beyond the above mentioned dualisms: thick v. thin, procedural v. substantial, liberal v. communitarian, epistemic v. ethical, justificatory v. transformational approaches to democratic politics
4. The place and role pragmatism accords to philosophy within politics and society
5. Pragmatism and citizenship education
Contributions should be written either in English, Italian, French, Spanish, Portuguese and German and should not exceed 10,000 words. Abstracts of 400 words should be sent by email to the guest editors by April 30th 2009. Acceptance of papers will be communicated by June 31st 2009. Accepted papers should be submitted in full by April 30th 2010. For information and abstract submissions please contact: Roberto Frega: roberto.frega@unibo.it or Fabrizio Trifirò: ftrifiro@hotmail.com
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Pubblicato da federicoperelda su Marzo 27, 2008
Buongiorno a tutti. Vorrei discutere coi lettori di variabili libere del cogito. Recentemente c’ho ripensato un po’ su e annotato le mie considerazioni in un testo che allego qui in formato pdf. La mia tesi è che, nonostante tutto (e cioè, nonostante p. es. le precisazioni di Cartesio, le proposte interpretative di Hintikka), il cogito sia un sillogismo. Spero di poter ricevere impressioni, critiche, suggerimenti. Buona giornata
Federico
Pubblicato su Storia della filosofia (VarLib) | 10 Commenti »
Pubblicato da francescaboccuni su Marzo 25, 2008
Cari tutti,
avvio questo post perché sono in cerca di aiuto. Qualcuno di voi può darmi delle dritte bibliografiche riguardanti il battesimo iniziale nella teoria causale del riferimento (oltre a “Naming and Necessity”, ovviamente)?
L’argomento mi interessa molto, ma non mi pare ci sia molta letteratura a riguardo.
Giusto per fomentare un po’ la polemica, posso dire che ho la vaga sensazione che nella teoria del battesimo iniziale ci sia un residuo descrittivo. Non credo che questo metta in pericolo l’intero impianto semantico-causale, poiché, una volta che il riferimento di un nome proprio (per considerare solo il caso più semplice) sia stato fissato, quel nome si riferisce al proprio referente senza mediazioni descrittive di sorta. Tuttavia, è cosa nota che Kripke non si spreca molto a spiegare come funzioni il battesimo iniziale e, inoltre, ci sono un paio di citazioni da “Naming and Necessity” che mi hanno messo in difficoltà (cito, “Naming and Necessity”, pagina 96):
“A rough statement of the theory might be as follows: An initial ‘baptism’ takes place. Here the object may be named by ostension, or the reference of the name may be fixed by a description.”
e aggiunge in nota:
“The case of baptism by ostension can perhaps be subsumed under the description concept also. Thus the primary applicability of the description theory is to cases of initial baptism.”
Le mie perplessità riguardano la nozione extralinguistica di ostensione. Una volta che infatti volessimo fornire una sorta di controparte linguistica del mero gesto, mi pare che dovremmo utilizzare qualche genere di descrizione.
Intuizioni? Consigli bibliografici?
Grazie a tutti,
francesca
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Pubblicato da odradek70 su Novembre 14, 2007
Il filosofo John McDowell sostiene in tutti i suoi scritti di epistemologia (da Mind and World in poi in modo pressoché inalterato) che l’esperienza non è altro che “concettualizzazione in atto”. Il mio post vorrebbe, allora, partire da una constatazione: se l’esperienza è un campo nel quale la mente soggettiva si “apre” al “concettuale senza confini” (come lo chiama McDowell), tale apertura dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) pur cominciare “da qualche parte” – non v’è bisogno di iscriversi nelle liste di collocamento dei cartesiani, degli ultrahusserliani e degli altri “teorici dell’evidenza immediata” per essere abbastanza d’accordo su questo. Essa, infatti, nelle parole di McDowell, parte da un accesso immediato della percezione (così come dell’immaginazione, delle esperienze oniriche, emotivo/conative, ecc.), accesso che è per definizione in prima persona (McDowell respinge, infatti, l’approccio “subpersonale” della filosofia della mente riduzionistica, e lo fa prendendo direttamente le distanze da autori da lui menzionati apertis verbis, come il defunto amico Gareth Evans, il Daniel Dennett un po’ datato di Brainstorms – si veda Mente e mondo, ed. it. Cap. I). Tale accesso viene chiamato da McDowell “immissione esperienziale” o, addirittura, con linguaggio neo-kantiano intuizione.
Questo è un punto che potrebbe interessare gli amici di “Variabili libere” che, da quanto vedo, continuano a dedicare al tema dell’intuizione un dibattito molto interessante – è stato anche il mio argomento di dissertazione del dottorato.
Mi domando e domando, allora, a tutti gli epistemologi, ai percettologi, ai gnoseologi, ai fenomenologi, e ai filosofi della mente di “Variabili libere”: come fa una “concettualizzazione in atto prima facie” a soddisfare simultaneamente, (cioè in atto) i seguenti requisiti (1- 4)?
(1) Pubblicità o manifestabilità dei predicati concettuali (che è una proprietà canonica dei concetti in quanto tali).
(2) Non (super)privatezza delle designazioni di senso di tali contenuti (che è una proprietà fortemente richiesta da Wittgenstein nei paragrafi 243 e ss. delle Ricerche filosofiche contro il linguaggio privato).
(3) Livello di accesso “in prima persona”, al contenuto di tale esperienza, perché tale esperienza sia l’esperienza di un qualche soggetto s.
(4) (1-3) vengono soddisfatte simultaneamente – cioè, appunto prima facie.
Il mi sospetto è che non sia possibile sostenere tutte e quattro queste condizioni (come invece fa intendere chiaramente McDowell) simultaneamente (come invece, torno a sottolineare, è richiesto dalla condizione 4). Ed è questa condizione (la 4) quella che, però, renderebbe perfettamente sensata la definizione del Nostro, per cui l’esecuzione di (1-3) sarebbe da considerarsi in atto e prima facie. Altrimenti che “intuizione” sarebbe?
E non è tutto. Scrive sempre il Nostro in Mente e mondo:
«il contributo che la ricettività dà a questa cooperazione [tra ricettività e spontaneità, N.d. A.] non è separabile nemmeno a livello puramente concettuale. Le capacità concettuali in questione sono già utilizzate nella ricettività […]. Non è che vengano esercitate sopra un materiale extraconcettuale che la sensibilità consegna loro. Ciò che Kant chiama «intuizione» – immissione esperienziale – dobbiamo concepirlo non come la pura acquisizione di un Dato extraconcettuale, ma come un genere di evento o di stato che possiede già un contenuto concettuale. Nell’esperienza si coglie (pick up), per esempio con la vista, che le cose stanno così e così. Questo è il tipo di cosa su cui si può anche, per esempio, formulare un giudizio. (corsivi nostri)» [John McDowell, Mind and World, President and Fellows of Harvard College, 1994; tr. it a cura di Carlo Nizzo in Mente e Mondo, Einaudi, Torino, 1999; pp. 9 – 10.]
Provo a parafrasare tale posizione in (a-d):
a. Ogni percezione (o “immissione esperienziale”, o cognizione intuitiva) è già “carica” di concetti.
b. Quel che, per esempio, vediamo, ha già la forma di una credenza (de dicto) del tipo “le cose stanno così e cosi”
c. Ogni soggetto cognitivo, non fa mai esperienza del processo di tale concettualizzazione in atto, ma vive solo il risultato di tale “immissione esperienziale”. Vediamo che “le cose stanno così e così”, ma non stiamo a ragionarci sopra nel mentre, altrimenti non potremmo, con McDowell, identificare tale immissione esperienziale con l’intuizione kantiana e l’equivalenza tra credenza percettiva e processo concettuale sarebbe una petitio principi.
d. Esercitare delle capacità concettuali – per McDowell – significa saper concepire le nozioni o i contenuti isolanti tali concetti come premesse o conclusioni di inferenze, cioè trovarsi nel famoso “spazio delle ragioni” di cui parla Sellars, o per usare le sue stesse parole «uno spazio logico organizzato in relazioni di giustificazione tra coloro che abitano in esso» [John McDowell, «Naturalism in Philosophy of Mind», in (a cura di D. MacArthur e Mario De Caro) Naturalism in Question, Harvard, President and Fellows of Harvard College, 2004, pp. 91 -105, p. 91.]
e. Tale concettualizzazione (per a, b, c) deve, inoltre, essere una concettualizzazione inconscia (per tutto quello che abbiamo rilevato finora).
f. Conclusione (per d e per e): ogni intuizione (nel senso McDowelliano di immissione esperienziale) non è altro che il risultato di un’inferenza inconscia, in cui dei concetti (premesse e conclusioni) sono già al lavoro al di sotto della consapevolezza cosciente.
Ora, per quel che ne sappiamo, dei concetti possono essere immessi esperienzialmente in modo del tutto simultaneo all’atto intenzionale della loro istanziazione (in questo caso: percettiva) solo in due modi senza che la coscienza del percettore ne abbia, per così dire, notizia rilevante. O per mezzo di quelle rappresentazioni inferenziali che già nel XIX secolo autori così diversi come Bernhard Bolzano, Hermann Von Helmholtz e Charles Peirce definirono ora conclusioni da inferenze inconscie (Helmholtz) chi inferenze acritiche (Peirce), oppure assumendo che la struttura del dato (o la struttura oggettiva di ciò che è dato nella percezione) sia extra – inferenzialmente concettualizzata in modo immediato. La prima soluzione mi sembra filosoficamente implausibile, sebbene molti psicologi della percezione, influenzati ancora oggi da Helmholtz, come Richard Gregory e Irving Rock la considerino la soluzione. Autori così diversi tra loro come Jacques Bouveresse, P. M. S. Hacker e M. R. Bennett, sembrerebbero, inoltre, seguendo coerentemente la propria matrice wittgensteiniana, averla abbondantemente confutata fin nei minimi particolari. Inoltre McDowell non accetterebbe mai una simile interpretazione della sua versione (neo) kantiana del concettuale senza confini, perché per McDowell la concettualizzazione è comunque un atto spontaneo dell’intelletto (ed è, quindi, ben trasparente alla coscienza). Resta quindi una sola alternativa per i concettualisti sellarsiani come McDowell (e come il filosofo delle scienze cognitive Bill Brewer, che sembra seguirlo su questa strada): sostenere che gli oggetti o gli aggregati strutturali extramentali per come sono costituiti non siano altro che complessi concettualmente predeterminati, che la nostra spontaneità non deve far altro che riconoscere già al livello della mera ricettività facendo così del dato intuitivo un Dato/giustificatore ingiustificato.
In questo modo dalla padella delle concettualizzazioni private, la teoria dell’esperienza come concettualizzazione in atto sembrerebbe cadere nella brace da cui avrebbe voluto salvare l’esperienza stessa, il terribile empirismo sensoriale che da Locke ad Ayer passando per Russell, Moore, la teoria dei “sense data”, ed il Wiener Kreis arriva dritto (o meno) ad autori come Dretske, Bermudez, Martin, Tye; l’empirismo che gli odierni sellarsiani – come lo stesso McDowell - chiamerebbero senz’altro “Mito del Dato”.
Ma sarà vero, poi, che l’unico empirismo possibile (non “trascendentale”, come quello, di contro, proposto da McDowell) sia quello del Dato? Al lettore lascio, molto volentieri, la risposta.
Grazie per la lettura e ancor di più per ogni utile critica, commento, obiezione o quant’altro. Un caro saluto a tutti
Stefano Vaselli/Odradek70
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